29 giu 2016

CONSIGLI SU DOVE MANGIARE IN PROVINCIA

BELVEDERE PARCO SCURATI - A CUSTONACI 


Il Belvedere Parco Scurati situato in località Cornino, a due passi da San Vito lo Capo, Erice e Trapani è uno tra i più prestigiosi locali per Cucina tipica tradizionale e pizzeria.
Meta turistica per chi vuole assaporare le tradizioni della nostra terra con piatti tipici locali sia a base di pesce e carne.

Un' ottima cucina con annessa pizzeria con forno a legna e bar fanno si di poter soddisfare ogni tipo di palato offrendo a chi desidera pranzare o cenare all'esterno al centro della pineta del Parco, un panorama mozzafiato sulla baia di Cornino con vista sulla storica città di Erice.

Specialità: Frutti di mare, cozze e polpi, rustichello cozze e vongole, linguine alle vongole, pizza sciavata, pizza belvedere.

Servizi: Ristorante e pizzeria con possibilità di pranzare e cenare sia all'interno che all'esterno Forno a legna.
Area attrezzata per pic-nic.
Karaoke e intrattenimento musicale il lunedi' e il giovedi'
Festeggiamenti in genere.

Info: 324 666 6354




25 giu 2016

CONSIGLI SU DOVE MANGIARE A SAN VITO LO CAPO



Lasciatevi sedurre dal cibo e dal vino di questa terra


Un territorio dove la cucina è soprattutto arte e cultura non può che presentare un offerta enogastronomica ricca e variegata, per tutti i gusti e per tutti i portafogli. Facendo base a San Vito lo Capo è possibile scegliere tra tanti ristoranti tipici, bar/pub e locali di vario genere. Vi proponiamo una selezione dei posti che riteniamo meritevoli di una visita. Perché non è possibile visitare San Vito lo Capo senza sperimentare la nostra cucina tipica o degustare uno dei famosi vini siciliani.

La Cambusa - Ristorante, Braceria e Pizzeria
Via Generale Arimondi 15 | 20 Mt Dal Mare, 91010, San Vito lo Capo 

Il Ristorante, dalla cucina tipicamente siciliana gestita dai proprietari Vito e Peppe, vanta un' antica tradizione culinaria ricca di ricette tramandate dai familiari e abilmente rivisitate. 

Il Ristorante, a due passi dal mare e dal santuario, grazie alle ricette tipiche, alla cucina tradizionale e agli ingredienti genuini è in grado di offrire l’accoglienza calorosa e cordiale tipica dell’isola siciliana. Naturalmente il protagonista principale del menù è il pescato del giorno. 

Il menu comprende numerosi piatti della tradizione siciliana preparati con prodotti freschissimi. Il pescato del giorno è una delle portate principali. Vi è anche una grande varietà di vini con particolare riguardo per quelli della zona del trapanese.

La cantina offre una scelta dei maggiori vini D.O.C. Siciliani con particolare riguardo a quelli trapanesi e palermitani.

Una grande varietà di pizze sapientemente preparate e cotte nel nostro forno a legna per esaltarne il gusto. Gli ingredienti freschissimi e genuini rendono la pizza una validissima e gustosa alternativa.

Tel. 0923.972012 - www.lacambusasanvito.com

24 giu 2016

LA MERAVIGLIOSA STORIA DELLA TONNARA FLORIO DI FAVIGNANA



Il signore che vedete nella foto qui sopra si chiama Giuseppe Giangrassodetto ‘Nue’. 

Ha iniziato a lavorare alla tonnara Florio di Favignana nel 1964 e oggi accoglie i turisti in visita allo stabilimento fumando una sigaretta dietro l’altra, raccontando storie e, se siete fortunati e lui è in vena, intonandola cialoma.


La parola è di derivazione ebraica e si pronuncia ‘scialoma’: è un testo in siciliano stretto su musica araba che nelle tonnare si cantava davanti allapala di San’Antonio (protettore delle tonnare) ogni 23 aprile, giorno nel quale a Favignana si calavano le reti (ma la pesca vera e propria iniziava ai primi di maggio).

È un canto mistico, pieno di riferimenti più o meno sessuali oltre che religiosi: lo intonava il Rais, il capo della tonnara che, dice Nue, “aveva quasi poteri sciamanici, perché doveva conoscere le correnti“.

L’importanza del rais è fondamentale: era un ruolo spesso trasmesso di padre in figlio, ma comunque difficilmente raggiungibile prima dei 60 anni di età perché richiedeva una grandissima conoscenza del mare e la sensibilità di montare la struttura di pesca a terra e poi calarla in acqua.

Spettava al rais decidere quali camere della tonnara aprire al passaggio dei pesci, per non far sostare i tonni troppo a lungo nella stessa rete. Era lui ogni mattina a gridare ‘Buongiorno tonnara‘, seguito dal coro dei lavoratori ‘Buongiorno signora‘.

Qui sotto la prova che quel giorno di fine marzo, quando sono entrata nella tonnara di Favignana, Nue era di buon umore: ci ha intonato ‘Aiamola‘, la cialoma più importante per chi di mestiere pescava tonni, dove la tonnara è paragonata a una donna.

Se avete intenzione di venire a Favignana, probabilmente siete attirati dal mare e dalle spiagge: in effetti la più importante delle Isole Egadi è una perla color crema nel blu del Mediterraneo.

Ma io vi consiglio di dedicare una mattina o un pomeriggio alla visita della tonnara Florio (sì, gli stessi delle cantine di Marsala: è una famiglia che in Sicilia ha fatto moltissimo): perché a guidarvi saranno un gruppo di giovani laureati volontari che si stanno impegnando per far tornare a vivere Favignana.

E soprattutto perché entrare tra le mura bianche della tonnara, oltre le quali si vede e si annusa quell’azzurro così ricco di storia che è il Mediterraneo, equivale a un viaggio di secoli nella Sicilia Occidentale, dai tempi delle guerre Puniche (che si combatterono proprio qui) fino a oggi.

Pronti a varcare il cancello con me?

Come arrivare a Favignana
Prima di tutto le questioni pratiche: Favignana è un’isola, quindi ci si arriva in barca.

I traghetti per la Sicilia di solito hanno diverse corse al giorno per Favignana da Trapani e Marsala: il tragitto dura più o meno un’ora.

Una volta arrivati o prima di partire, poco prima del molo c’è il Bar du Marinaru: è un luogo a cui non daresti due lire da fuori e invece fa ilcaffè al pistacchio più delizioso che possiate immaginare.

Credetemi, mi ringrazierete con le lacrime agli occhi per questo suggerimento.
Visita alla tonnara di Favignana

Dietro il grande portone affacciato sul mare, c’è un giardino incantato: l’ingresso della tonnara di Favignana è così, il passaggio dalla luce accecante del sole alla quiete della macchia mediterranea.

Questa è una delle tonnare più grandi di tutto il Mediterraneo: dal 2007 non è più attiva ma rimane un esempio di archeologia industriale da conservare religiosamente.

Perché questo era prima di tutto uno stabilimento per la pesca e la conservazione del pesce, costruito nel 1878 dalla famiglia Florio dove prima esisteva solo una piccola tonnara per la mattanza: qui lavoravano uomini e donne e in tempi non sospetti al suo interno c’era già l’asilo nido.

Nella tonnara di Favignana gli uomini pescavano i tonni: oggi si possono vedere le grandi barche usate per stare a lato della tonnara, un complicato sistema di reti e camere calato in acqua nel quale i tonni,pesci gregari che girano in gruppo, entravano rimanendo prigionieri.

Ora di agosto la tonnara veniva smontata e si riprendeva a maggio dell’anno successivo.

Il tonno è un pesce migratorio: entra dall’Atlantico nel Mediterraneo per riprodursi in primavera e poi torna nell’oceano passando dalla Spagna. E la tonnara era un sistema di pesca molto sostenibile, perché catturava solo il 10 per cento dei branchi di tonni.

Una volta portato il tonno a terra, si usava tutto del pesce: non è un caso, infatti, che le ricette a base di tonno siano molto simili a quelle il cui ingrediente principale è la carne.

Si dissanguava per togliere il mercurio, quindi si cuoceva.

Infine, il compito affidato principalmente alle donne: si inscatolava il pesce.

E sapete una cosa? Sono stati i Florio a inventare l’apertura a chiave delle scatolette di tonno, presentando la geniale trovata all’Esposizione Universale del 1891.

Se volete visitare la tonnara, gli orari di apertura sono dalle 10 alle 13.30 e dalle 17 alle 23.30.

Il biglietto costa 4€ (e ne varrebbe molti di più), ma la prima domenica del mese di entra gratis.

Se una volta usciti dalla tonnara avete fame, non preoccupatevi: c’è un ristorante nella piazza del paese dove mangiare pesce fresco.

(da lilimadeleine.com)

COSA VEDERE E DOVE MANGIARE. PRATICAMENTE L’ITINERARIO PERFETTO



Narra la leggenda che qui si fermò Enea in fuga da Troia, prima di raggiungere Roma e fondare una nuova civiltà. Ma la Sicilia Occidentale è anche meta di branchi di tonni, che dall’Atlantico entrano nel Mediterraneo per riprodursi. Nel corso della storia in molti hanno toccato le sue coste: fenici, greci, arabi, normanni.

In questo post vi racconto come organizzare l’itinerario enogastronomico perfetto sulla punta d’Italia. 

Dalle saline di Trapani ai vigneti intorno a Marsala, passando per Erice,borgo montano regno di nebbia e dolcetti di mandorla, la silenziosaSegesta e Favignana, piccola isola bianca incastonata nell’azzurro del Mediterraneo, regno della cucina siciliana. 

Trapani: coralli, busiate e pesce fritto
Trapani è una lunga striscia di terra che si snoda nel mare: bianca, pulitissima, accogliente, conserva ancora l’antica arte, iniziata nel ‘500, di lavorare il corallo rosso del Mediterraneo (fate un giro nella bottega artigiana Coralli e Preziosi Graffeo&Damiano: oltre ai gioielli, ci sono presepi in corallo che sono opere d’arte).

In città iniziava un tempo la Via del Sale, percorso che terminava a Marsala per portare nel resto della Sicilia Occidentale uno dei tesori produttivi di questo centro. Oggi potete visitare la Riserva Naturale Saline di Trapani e Paceco, una distesa di granelli candidi, fenicotteri e mulini a vento che vi convinceranno della necessità di mettere in valigia chili di sale (e poi litigare con gli addetti di Ryanair, la compagnia che vola all’aeroporto di Trapani).

Se poi avete la fortuna di venire a Trapani nel periodo di Pasqua, come è successo a me, non perdetevi la Processioni dei Misteri del Venerdì Santo: da Milanese, l’ho guardata sfilare come se davvero vedessi la Madonna (soprattutto dopo aver recepito che inizia alle 14 e termina alla stessa ora del giorno dopo. Sì, vanno avanti a sfilare tutta la notte).

Dove mangiare a Trapani? Tre consigli:
Mare e fritture di pesce mediterraneo (via Serisso 15): perché praticano la pesca sostenibile, friggono solo pesce del Mediterraneo (seppie, calamari, polpo, sarde, spatola e gambero rosso), con un menù ridotto ed economico.

Scuola di cucina Nuara (via Bastioni 2): iscrivetevi a un corso di cucina siciliana (io ho provato quello sulla busiata, la tipica pasta fatta in casa usando un ramo di buso, una pianta locale), imparate una ricetta della tradizione e poi cenate con la vostra creazione. Avrà più gusto, soprattutto perché in caso di errori tutto finisce nella stessa pentola (lo ammetto, le mie busiate erano penose).

Peppino u Caramellaro (via dei Notai): un negozio di caramelle come non ne esistono più. Piccolo e defilato, io non ci sarei arrivata senza il consiglio di Stefania, blogger gluten free ma grande amante di queste caramelle rimaste identiche fin da quando era bambina.

Erice: le mandorle di Maria Grammatico
Signora della pasticceria siciliana, il suo amore per le tette delle monache e la sua scuola di cucina. Vi basti sapere che non si va a Erice senza passare nella pasticceria di Maria Grammatico.

Marsala: vino, liquore, botti e storia
Alle Cantine Florio (via Florio 1) si è fermato persino Giuseppe Garibaldi poco dopo il suo sbarco in Sicilia: perché non dovreste fermarvi anche voi?

Per una visita guidata con degustazione finale. Ci sono navate, arcate, parecchie botti, terrazze e posti a sedere per almeno 350 persone. E poi per quanto riguarda il vino andate sul sicuro.

Favignana e la sua Tonnara
Favignana (oh l’eterno fascino delle isole…) mi ha incantata tanto. La più famosa delle Isole Egadi (a mezz’ora circa di traghetto da Trapani) prende il nome dal vento Favonio, un alito caldo e gentile che le assicura un clima mite tutto l’anno.

Essendoci stata a marzo, non posso consigliarvi sulle spiagge migliori, però posso darvi un’indicazione preziosissima: visitate la sua tonnara, ex stabilimento modello della famiglia Florio (sì, quelli delle cantine di Marsala) oggi trasformato in un incanto di archeologia industriale sapientemente recuperata e spiegata da un gruppo di giovani volontari.

Dove mangiare a Favignana: 
Trattoria Due Colonne (piazza Matrice 76): il classico ristorante che da fuori non diresti mai e invece è un trionfo di prodotti di tonnara freschissimi. Infatti ci troverete a pranzo tutti gli abitanti di Favignana, il che è sempre un buon segno.

E il Bar du Marinaru al porto: il caffè al pistacchio è un’esperienza difficilmente raccontabile con termini umani.

Scopello e Grottammare: pesce e George Clooney
Narra la leggenda che qui, tra Grottammare e Scopello, abbiano girato alcune scene di Ocean Twelve, secondo capitolo della saga di malfattori più fighi del reame dove troneggiano George Clooney e Brad Pitt.

I quali, racconta sempre la leggenda, durante le riprese hanno soggiornato all’agriturismo Tenute Plaia: qui vale davvero la pena di passare almeno una o due notti. Non solo per la vista sul Golfo di Castellammare o il fatto che fanno l’olio usando le loro olive e usando i prodotti dell’orto. Ma anche per il suo incredibile ristorante. Che ha questo patio esterno (eh George, what else?).

Segesta: tempio, Enea e la storia
Di Segesta ancora si ignorano molti aspetti: perché il tempio non sia stato terminato e perché è rimasto intatto mentre la città è stata distrutta dai Romani.

Secondo Tucidide e Virgilio, il motivo è di affinità familiare: Eneapassando di qui in fuga da Troia fondò la città di Segesta (oltre a Erice), dove alcuni troiani rimasero a vivere.

Ad ammirare le sue colonne e le magnifiche colline che le circondano venne persino Goethe: non vorrete essere da meno?

Custonaci: la grotta Mangiapane e i vecchi mestieri
Devo ringraziare il brutto tempo se posso darvi un consiglio che vale davvero come una pentola piena di monete d’oro.

La pioggia ci ha impedito di fare una passeggiata nella Riserva Naturale dello Zingaro, come da programma, e ci ha portati alle pendici del Monte Cofano, dove si trovano il piccolo comune di Custonaci e la Grotta Mangiapane, un capolavoro che vale tutto il viaggio.

Di cosa si tratta? Di un sistema di caverne abitate fin dal Paleolitico, poi trasformate in un villaggio contadino e oggi perfettamente conservate come un museo a cielo aperto dei mestieri agresti siciliani.

Qui trovate cinquanta case, ciascuna resa immortale da un gruppo di volontari che hanno ricostruito ovili, stalle, pollai, osterie e abitazioni così com’erano fino alla Seconda Guerra Mondiale.

Cosa mangiare a Custonaci: le spince, dolce fritto a base di latte, farina e patate in grado di resuscitare i morti. E le cassatelle con ricotta di pecora.

San Vito Lo Capo: La Cambusa - Ristorante, Braceria e Pizzeria

Via Generale Arimondi 15 | 20 Mt Dal Mare, 91010, San Vito lo Capo 

Il Ristorante, dalla cucina tipicamente siciliana gestita dai proprietari Vito e Peppe, vanta un' antica tradizione culinaria ricca di ricette tramandate dai familiari e abilmente rivisitate. 

Il Ristorante, a due passi dal mare e dal santuario, grazie alle ricette tipiche, alla cucina tradizionale e agli ingredienti genuini è in grado di offrire l’accoglienza calorosa e cordiale tipica dell’isola siciliana. Naturalmente il protagonista principale del menù è il pescato del giorno. 

Il menu comprende numerosi piatti della tradizione siciliana preparati con prodotti freschissimi. Il pescato del giorno è una delle portate principali. Vi è anche una grande varietà di vini con particolare riguardo per quelli della zona del trapanese.

La cantina offre una scelta dei maggiori vini D.O.C. Siciliani con particolare riguardo a quelli trapanesi e palermitani.

Una grande varietà di pizze sapientemente preparate e cotte nel nostro forno a legna per esaltarne il gusto. Gli ingredienti freschissimi e genuini rendono la pizza una validissima e gustosa alternativa.

Tel. 0923.972012 - www.lacambusasanvito.com

TRAPANI: VIAGGIO TRA NATURA E CULTURA


Incastonata come una gemma di rara bellezza, in uno scenario che magicamente riesce a mitigare la coesistenza di paesaggi di natura varia, la meravigliosa Trapani è cinta come un’opera d’arte da uno straordinario sviluppo costiero, che le fa da cornice contenendo bellezze naturali, pagine di storia e trasudando secoli di tradizioni marinare.

In un arco costiero di quasi venti chilometri è riassunto un inventario di bellezze naturali di rara unicità: dalla Riserva Naturale Orientata di Nubia, patrimonio ambientale inestimabile ed effigie della flora e della fauna locale, alle piramidi di oro bianco (il sale marino trapanese) che costellano le saline, passando per i vissuti impianti dismessi delle vecchie tonnare (Punta Tipa, San Cusumano, Bonagia) che lambiscono il mare decorato dalle meravigliose isole Egadi; dal pittoresco waterfront della città antica, dominata da cupole meravigliose che talvolta si mischiano agli oblò delle navi da crociera in sosta, alla passeggiata sulle antiche mura della città, sino al meraviglioso patrimonio spiaggistico che corre lungo tutta la costa.

A dominare la mediana ipotetica di questo percorso ideale si erge la Torre di Ligny, antico baluardo annoverato tra le cinque torri che vengono rappresentate nello stemma della città, l’estremo più occidentale della Sicilia.

Enumeriamo dieci delle immancabili tappe di questo straordinario percorso:

1) Riserva Naturale Orientata di Nubia: La riserva naturale integrale delle Saline di Trapani e Paceco è un’area protetta regionale istituita nel 1995, che si estende per quasi 1000 ettari nel territorio dei comuni di Trapani e Paceco. La riserva, all’interno della quale si esercita l’antica attività di estrazione del sale, è una importante zona umida che offre riparo a numerose specie di uccelli migratori. È gestita dal WWF Italia.

2) Saline: Il complesso delle saline di Trapani è uno degli elementi più caratteristici dell’intera città; aree verdi, mulini, storia, fauna, flora sono alcune delle parole chiave che caratterizzano e contraddistinguono questa straordinaria e meravigliosa zona.

3) Porto di Trapani: Il Viale su cui si attesta l’area portuale trapanese è una meravigliosa cartolina d’invito alla scoperta e alla conoscenza delle risorse e delle bellezze della città, visibile direttamente dal mare. Grazie alla sapiente attività dell’amministrazione comunale, che attraverso un’oculata opera di riqualifica è riuscita nell’intento di valorizzarla, nel 2003 è stata sede di una delle più importanti manifestazioni veliche di ordine mondiale: alla già citata America’s cup si sono succedute nel tempo occasione analoghe di entità minore.

4) Lazzaretto, Villino Nasi e il castello della Colombaia Il lunghissimo lungomare trapanese, curvandosi all’altezza dello storico porto peschereccio, sfocia in un ampio slargo dal quale è possibile raggiungere in breve tempo tre degli elementi più significativi della storia della città, seppur di epoche diverse: il Lazzaretto (antico centro di ricovero per gli ammalati gravi, oggi sede della Lega Navale), il Villino Nasi (residenza privata di Nunzio Nasi, Ministro del Regno d’Italia) e il castello della Colombaia (antica fortezza medievale trapanese, posta su un’isoletta all’estremità orientale del porto di Trapani).

5) Torre di Ligny e spiaggia Torre di Ligny é stata una torre di avvistamento di epoca spagnola, considerata oggi elemento caratterizzante e di richiamo nella mappa della città di Trapani. Il fortilizio a pianta quadrangolare si erge su uno scoglio, memoria di indispensabili interventi per la difesa della città contro le continue scorribande dei pirati barbareschi, ma anche segno di un orgoglioso gesto di protezione e custodia del territorio. Al suo interno nel 1983 fu istituito il Museo di preistoria, oggi denominato Museo civico Torre di Ligny, con al piano terra reperti preistorici e una sala archeologica marina. E’ possibile accedere direttamente al mare, grazie all’esistenza di sistemi di risalita che conducono direttamente alla scogliera: in questo punto è possibile fare il bagno al tramonto, ammirando Monte Erice e dalla parte opposta le isole Egadi.

6) Mura e spiaggia di Tramontana La spiaggia Mura di Tramontana si trova al di sotto delle caratteristiche mura della Trapani antica. Si può accedervi da Porta Ossuna o da una delle scale che scende dalla passeggiata sulle mura.

7) Passeggiata sulle mura Suggestiva e parecchio pittoresca risulta la passeggiata sulle antiche mura trapanesi, oggidì divenuta una dei più rilevanti bacini turistici, giacché ospita un gran numero di strutture ricettive e locali d’ogni sorta genere. La passeggiata culmina nella Piazza dell’ex mercato del pesce, uno degli elementi simbolici più importanti della storia della città.

8) Spiaggia di S. Giuliano Il litorale balneare, ricadente integralmente nel Comune di Erice, è parecchio esteso: una parte della spiaggia è completamente libera, mentre l’altra è composta da vari stabilimenti che offrono vari servizi (cabine, ombrelloni, bar, ecc).

9) Tonnara di San Cusumano: La tonnara di San Cusumano è un complesso industriale formato dalle antiche “Tonnare riunite di San Giuliano Palazzo e San Cusumano”, con annesso stabilimento conserviero, che si trova sul lungomare di Trapani in territorio del comune di Erice. Meno nota ma non per importanza è la Tonnara di Punta Tipa, distante dismessa in tempi antichi ed abbandonata al suo destino.

10) Spiaggia di Pizzolungo: Pizzolungo, è una frazione del comune di Erice. Grazie alle sue invidiabili coste e ai ricchi fondali marini, la località, è infatti una rinomata meta turistica dell’hinterland trapanese. E’ storicamente nota per essere il luogo dove secondo la leggenda approdò Enea quando morì il padre Anchise.

(da www.eventitrapani.it)

LA VENDETTA DEL DIO MOLOCH SU MOTHIA




Mozia, l’isolotto all’interno della riserva naturale dello Stagnone di Marsala, fu un’antica colonia fenicia fondata nell’VIII sec. a.C.

Costituisce una delle quattro isole della laguna dello Stagnone.

Nel periodo alto medievale per la presenza dei monaci basiliani trasferitisi sull’isola, le venne dato il nome di Isola di San Pantaleo.

Il nome di Mozia, le fu probabilmente dato dagli stessi Fenici, Motya, infatti, significa landa e tale nome sarebbe, perciò, collegato alla presenza di impianti e stabilimenti per la lavorazione di questa particolare lana.

Da quanto si può già evincere da questi pochi dati, l’isola di Mozia, come la maggior parte delle colonie fenicie, era una stazione commerciale presso cui le navi fenice approdavano, per poi salpare cariche e seguire le antiche rotte commerciali del Mediterraneo.

Ben presto, già nell’VIII sec. iniziò la colonizzazione greca della Sicilia, che riguardava soprattutto la parte orientale dell’Isola, i Fenici ripiegarono di conseguenza sulla parte occidentale, Motya divenne perciò sempre più importante, ad assurgere al rango di baluardo della presenza fenicia nel Mediterraneo.

Nel VI sec. i contrasti tra Greci e Cartaginesi per il predominio sulla Sicilia si acuirono e Mozia venne inevitabilmente coinvolta, a sua difesa l’isola venne cinta dai fenici con solide mura, che insieme all’intrico dei bassi e stretti canali dif cilmente navigabili se non dagli stessi fenici, costituivano un’efficace deterrente.

Fino a quando nel 397 Dionisio il Vecchio, tiranno di Siracusa, assediò la città ponendo fine alla sua stessa esistenza.

Gli abitanti sopravvissuti si rifugiano allora sulla terraferma nella colonia di Lilybeo, l’odierna città di Marsala.

La società fenicia, proveniente dalle coste nordafricane, è stata il risultato di una congerie di complessi fattori culturali, politici e commerciali, con una forte impronta identitaria sviluppatasi nel corso dei secoli.

In questo senso, anche la religione e le pratiche cultuali fenice non erano meno complesse ed arcaiche, infatti, proprio a Mozia venivano praticati dei sacrifici rituali ad antiche divinità pagane, come quello di sette giovenche grasse e bianche.

Spesso questi riti sacri giungevano nel loro climax al sacrificio umano, così presso i fenici vi era la terrificante usanza per cui il re doveva sacrificare la figlia primogenita al cospetto del feroce dio Moloch.

A questo proposito vi è un’antica leggenda giunta sino a noi, che ha per protagonisti principali un re fenicio di nome Sharib e la sua regina, il glio Someiro e la glia primogenita di nome Amina, la quale era la vittima sacri cale prede stinata.

Il re Sharib al compimento del settimo anno di vita di Amina, dovendosi preparare al suo sacrificio, organizzò una grande festa, con abbondanti e ricche vivande, giochi, danze e musiche celebrative.

Tutto era pronto per il triste evento, i presenti attendevano soltanto che il sacerdote Atim ricevesse un segno dall’astro lunare per procedere al sacrificio di Amina, allora lo stregone scrutando la Luna proclamò che il momento propizio sarebbe giunto il giorno successivo, così l’indomani mattina andò per prendere la fanciulla nel suo alloggio, ma di lei non v’era più traccia.

Subito il terrore corse tra le menti dei moziesi, poiché senza il sacrificio di Amina nessuno avrebbe potuto placare prima l’ira di Moloch e poi la sua terribile vendetta.

Dopo lunghe ed approfondite ricerche nulla si seppe più di Amina, passati molti anni morirono sia il re Sharib che lo stregone Atim, ma nonostante gli anni ancora era vivo il ricordo della piccola Amina.

Fino a che dei cacciatori increduli iniziarono ad avvistare nel bosco una figura femminile dai lunghissimi capelli corvini, ma come per un incantesimo tutti quelli che provavano a catturarla ogni volta di colpo perdevano la vista.

La leggenda narra poi che un giorno il giovane re Someiro, glio del defunto sharib, durante una battuta di caccia, vide la fanciulla dai capelli corvini cavalcare un cervo, così decise di scoccare una freccia che colpì la fanciulla, la quale cadde svenuta.

Someiro allora la prese e la condusse alla reggia dove venne curata, un giorno l’anziana regina, madre di Someiro e vedova del re Sharib, andò a trovare il figlio e fu colta da profondo stupore nel notare l’incredibile somiglianza tra la fanciulla dai lunghi capelli corvini e la sua stessa figura da bambina.

Intanto, Someiro, perdutamente innamorato della misteriosa fanciulla, decise di sposarla, ma alla notizia del matrimonio l’anziana regina ebbe una visione che le rivelò che la fanciulla che tanto le somigliava e che ora era divenuta la sposa del glio era in realtà Amina, sua glia, sfuggita molti anni prima all’infausto destino sacri cale, così, nello stesso istante, l’anziana regina morì per il dolore.

Ma la sciagura che incombeva come una spada di Damocle sulla famiglia reale non era ancora compiuta, infatti, dal matrimonio e dall’ unione degli ignari fratello e sorella, nacque non un bambino, ma un serpente.

Alla vista di quella creatura mostruosa, frutto dell’incesto, il re Someiro decise di uccidere la sua sposa e sorella, Amina, accusandola di essere una strega, poi in preda ad un irrefrenabile rimorso si tolse la vita.

Solo così la vendetta del famigerato dio Moloch per il mancato sacrificio di Amina poteva dirsi finalmente compiuta.

(di Michele Di Marco da www.eventitrapani.it)

LA COSTA GAIA





San Vito Lo Capo, la Riserva dello Zingaro e Castellammare del Golfo, fanno parte del paesaggio costiero della Costa Gaia siciliana.

San Vito Lo Capo è un paese siciliano incorniciato dalla spiaggia di sabbia bianca e finissima, l’acqua cristallina di un mare dai colori cangianti, l’armonia di colorate piante d’ibisco e oleandri che si mescolano ai profumi di gelsomino e di cous-cous.

Il clima favorevole, le bellezze e le varietà delle coste e delle spiagge, il mare caldo e limpido, la presenza di fondali incontaminati adorni di formazioni coralline e abbondante flora e fauna, rendono San Vito una delle mete turistiche più ambite della Sicilia.

La giurisdizione di Erice di cui San Vito Lo Capo faceva parte divise così il territorio in 3 distinti borghi da abitare: nascevano così San Vito Lo Capo, Macari e Castelluzzo.

Il cuore del paese è costituito dalla Piazza Santuario e dalla via Savoia, ricca di negozi e locali.

Dal centro storico è semplice spostarsi alla volta di un altro luogo simbolo della città, vale a dire il Faro presso la spiaggia di Macari alla Darsena di San Vito; il Faro ricopre un ruolo importante nella storia e nell’identità della cittadina poiché ne ricorda la vocazione marinara e la centralità che il mare ha sempre avuto per gli abitanti.

Il paesaggio sanvitese è incorniciato da un mare blu cobalto.

Macari, arroccata su un costone che sovrasta il Golfo di Monte Cofano, è aperta ad uno scenario che non ha eguali: il mare è incastonato tra l’imponente mole di Monte Cofano e le falesie di Cala Mancina.

Raggiungere il mare è facilissimo, in pochissimi minuti d’auto, ma anche a piedi: le calette che si raggiungono sono dei veri e propri gioielli e tra queste c’è Cala Bue Marino, eletta nel 2015 spiaggia più bella d’Italia nella speciale classifica di Legambiente.

Inoltre a pochi chilometri dal centro di San Vito troviamo la Tonnara del Secco, le reti ormai non vengono più calate dal 1969, ma il luogo è ancora pieno di fascino e i pescatori che lo frequentano raccontano volentieri come avvenivano le mattanze.

Chi desidera invece immergersi in una natura senza tempo, dove passato e presente si fondono armoniosamente, non potrà fare a meno di visitare la Riserva dello Zingaro.


La Riserva Naturale Orientata dello Zingaro presenta un territorio costituito da falesie che degradano rapidamente verso il mare.

La riserva ospita circa 670 diverse specie vegetali, alcune delle quali sono rare.

La fauna costituisce un’altra caratteristica interessantissima di questa riserva, con la presenza del Falco Pellegrino, della rara Aquila Bonelli e di uno degli artropodi più rari in Italia: il granchio di acqua dolce, che si sviluppa nella zona della riserva più ricca di pozze d’acqua.

Dall’ingresso Sud si intraprende il sentiero costiero, quello più battuto, lungo 7 km e percorribile in circa 2 ore.

Proseguendo si incontra il Centro visitatori, sede di un piccolo museo Naturalistico e poco dopo le due splendide calette ricoperte di ciottoli di Punta Capreria.

A seguire in contrada Uzzo, si può visitare la grotta dell’uzza di interesse archeologico.

E prima di uscire possiamo tuffarci nell’ennesima bella caletta a ridosso dell’uscita.

L’ultimo sentiero, quello alto è sicuramente il più impegnativo: lungo 17 km e percorribile in 8 ore, lo si raggiunge dal Centro Visitatori, e si sviluppa attraverso un sentiero che arriva ad una pineta di pini d’Aleppo ai piedi del Bosco di Scardina.

Lungo i 3 km successivi si incontrano i rilievi di Monte Speziale e Pizzo Dell’Aquila dopodiché si scende fino a Borgo Cosenza dove si raggiungono gli altri sentieri.

E per concludere con l’ultima tappa del percorso di bellezza naturale della Costa Gaia troviamo il paese diCastellammare del Golfo.

La costa castellamarese comprende sia tratti sabbiosi, sia tratti rocciosi.

La spiaggia “La Playa” è la spiaggia più grande di Castellammare del Golfo.

All’interno della città si trova Cala Petrolo e la piccola spiaggia della marina, nei pressi del porto.

Subito oltre il braccio del porto, si trova il “Vallone delle Ferle”, conosciuto anche come “Vallone San Giuseppe”, dal quale comincia la zona chiamata Pirale, che arriva fino alla punta omonima, superata la quale ha inizio il tratto denominato “Costa dei Gigli”, che si estende fino a un punto della costa conosciuto dai pescatori con il nome Nasu.

Proseguendo lungo questo tratto di costa, voltandosi indietro si ha sempre modo di vedere il paese, cosa non più possibile una volta superata la cosiddetta “Porta”.

Oltrepassata la “Porta” si ha una piccola insenatura chiamata Vucciria, con relative grotte, e a seguire la “Fossa dello Stinco”.

Le rocce di colore bianco continuano anche oltre Punta Falconera nella successiva cala denominata “Cala Bianca”.

Seguono, in ordine: Punta del Grottaro – Cala Rossa – Punta Gran Marinaro – Pizzo di Ia ‘Gna Cara – Baia di Guidaloca – Puntazza – Vruca – Creta – Arbi – la tonnara di Scopello – Cala Muschi – Baia Luce – Punta Pispisa – Cala dell’Ovo – Cala Mazzo di Sciacca.

(da http://www.eventitrapani.it)

23 giu 2016

Citazioni di Leonardo Sciascia



Leonardo Sciascia (1921 – 1989), lo scrittore siciliano che descrisse i siciliani e la loro particolare condizione di “sicilitudine”, in alcune sue citazioni:
Ce ne ricorderemo, di questo pianeta.
È una cosa talmente semplice fare all’amore… È come aver sete e bere. Non c’è niente di più semplice che aver sete e bere; essere soddisfatti nel bere e nell’aver bevuto; non aver più sete. Semplicissimo. (da Todo modo)
Il cretino di sinistra ha una spiccata tendenza verso tutto ciò che è difficile. Crede che la difficoltà sia profondità. (citato in Sergio Ricossa, Straborghese, Editoriale Nuova, Milano 1980)
La sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini. (da Il cavaliere e la morte)
Poiché nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini, se la letteratura non glielo apprende. (da La strega e il capitano, Adelphi)
Ad un certo punto della vita non è la speranza l’ultima a morire, ma il morire è l’ultima speranza. (da Una storia semplice, Adelphi)

(da http://www.blogsicilia.eu)

Ignazio Buttitta e il dialetto


Per Ignazio Buttitta un popolo conserva la propria anima e la propria ricchezza finchè usa il suo dialetto. Nessuna oppressione e ingiustizia può privarlo della sua libertà. Questo concetto è espresso dal poeta in questi versi
Un populu
mittilo a catina
spugghiatilu
attuppatici a vucca
è ancora libiru.
Livatici u travagghiu
u passaportu
a tavola unni mancia
u lettu unni dormi, è ancora riccu.
Un populu 
diventa poviru e servu
quannu ci arrobanu a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.
Diventa poviru e servu,
quannu i paroli non figghianu paroli
e si manciano tra d’iddi.
Un popolo
mettetelo in catene
spogliatelo
tappategli la bocca
è ancora libero.
Levategli il lavoro
il passaporto
la tavola dove mangia
il letto dove dorme, è ancora ricco.
Un popolo
diventa povero e servo
quando gli rubano la lingua
ereditata dai padri:
è perso per sempre.
Diventa povero e servo,
quando le parole non generano parole
e mi mangiano tra di loro.

Giuseppe Pitrè

Giuseppe Pitré (Palermo, 21 dicembre 1841 – Palermo, 10 aprile 1916) è noto principalmente per il suo lavoro nell’ambito del folclore regionale.

A Giuseppe Pitrè, il più importante raccoglitore e studioso di tradizioni popolari, la Sicilia deve essere grata perché la sua opera monumentale resta pietra miliare per la ricchezza e la vastità d’informazioni nel campo del folclore, in cui nessuno ha raccolto “come e quanto” lo scrittore palermitano.

Giuseppe Pitrè, nella seconda metà dell’Ottocento, ha tracciato la via ad altri come Salvatore Salomone Marinoe accolto nel suo tempo consensi vivissimi tra cui quelli diLuigi Capuana, che trovò materiale per le fiabe nel suo repertorio, Giovanni Verga, che trasse anche ispirazione per le “tinte schiette” e particolari usanze del suo mondo di umili e perfino per argomenti specifici d’alcune novelle come Guerra di Santi, dalla preziosa documentazione a cui Pitrè lavorò tutta la vita.

Nel blog attingeremo alla vasta opera di Giuseppe Pitrè per rivivere insieme la bellezza di alcuni tra i moltissimi racconti, proverbi e leggende della cultura popolare siciliana.

Tra le leggende che sono state raccolte dal Pitrè, ci sono anche quelle di impronte meravigliose.

La pedata del cavallo della Madonna delle Milicie in Scicli

Da Scicli è poco distante il santuario della Madonna delle Milicie. Nel pavimento di questo santuario vi è una lastra con l’orma d’un ferro di cavallo, che dicesi impressavi da quello cavalcato dalla Madonna medesima nell’apparire che essa fece nelle campagne di Donnalucata in favore delle schiere cristiane che combattevano contro i Musulmani sotto Ruggiero il Normanno.

Le pedate del Signore e del diavolo presso Aci S. Antonio

Sulla via che da Aci S.Antonio va ad Aci Bonaccorsi, in contrada Scalazza grande, si vede, proprio alla informe scorciatoia, un masso con due incavi, che sembrano impronte lasciate da qualche piede.

Il popolo ritiene che quella a destra sia stata prodotta dal Signore, e la chiama perciò “la pedata del Signore”; e che quella a sinistra, che è più grande, sia opera del diavolo, tanto che la dice “la pedata del diavolo.

E tuttora nella sua ingenua fede, passando da quel luogo, si guarda dal calpestare la due impronte e spesso anzi fa un inchino di adorazione a quella di destra.

(da http://www.blogsicilia.eu)