22 nov 2016

UN CODICE ARABO IN CARATTERI EBRAICI NELLA TRAPANI DEL 1200



La scoperta del Codice arabo in caratteri ebraici scritto a Trapani nel 1200. Fino a qualche anno fa si conoscevano soltanto due grandi enciclopedie mediche arabe scritte nel medioevo, poi tradotte in latino ed ebraico: In primo luogo l'opera conosciuta in latino come il «Liber Continens» di Rhazes (Abū Bakr Muhammad b. Zakariya al-Razi, 865–925) scritto all'inizio del X secolo, tradotto in latino da Faraj ben Sālim da Agrigento sulla copia offerta dal sultano hafside al-Mustansir a Carlo I d’Angiò (1226-1285).

L'altra è l'opera, che circolava in Sicilia come in ogni dove, conosciuta come «Il Canone di medicina» di Avicènna, nome col quale è noto in Occidente il filosofo e medico musulmano Abū ῾Alī Ibn Sīnā (980-1037), di stirpe iranica. Un testo che, suddiviso in cinque libri, è tradotto in ebraico (libri II-V) da Natan ha-Meÿati (1279), e probabilmente rappresenta il più famoso testo di medicina della storia.

All’appello mancava "Il libro completo dell'arte medica" di Haly Abbas (‘Alī ibn al-Abbās al-Majūsī), noto anche come al-Kitāb al-malakī, ossia "Libro Regio", in latino Liber Regalis, perché composto in onore del principe (in arabo malik) buyide 'Adud al-Dawla. Questa lacuna ora puo essere colmata grazie alla scoperta dello storico Giuseppe Mandalà, che nella Biblioteca Apostolica Vaticana ha trovato un manoscritto in pergamena e carta senza filigrana, scritto in grafia semicorsiva sefardita in inchiostro marrone che consta di 202 ff : il Vaticano ebraico 358.

Il manoscritto include i capitoli VI-X della prima parte del "Libro completo dell'arte medica" di Haly Abbas, che come scrive il Mandalà nel suo lavoro "Un codice arabo in caratteri ebraici dalla Trapani degli Abbate", è un’opera suddivisa in una parte teorica e una pratica, entrambe in dieci libri. Del testo arabo esistono anche una versione in ebraico e quattro traslitterazioni parziali in lettere ebraiche di cui il manoscritto Vaticano ebr. 358 è il testimone più antico.

Il Vaticano ebraico 358 fa parte del più antico nucleo di codici «giudeo-arabi» di Sicilia confluito nelle raccolte vaticane (e ivi presente sin dal xvi secolo), ossia un gruppo di manoscritti esplicitamente copiati nell’isola e/o precedentemente appartenuti ad ebrei/conversi siciliani, quali Guglielmo Raimondo Moncada alias Flavio Mitridate o Antonio Flammino Biaxander, solo per citare i più noti.

Il manoscritto nel «colophon», termine con cui viene indicata la formula posta in fine ai libri dai primordî della stampa ai primi anni del sec. XVI; conteneva, generalmente, il nome dello stampatore, il luogo e la data di stampa e, spesso, altre notizie inerenti alla pubblicazione del libro, reca scritto quanto segue:

Colophon (f. 202r, ll. 20-24; fig. 2)

20 תמת אלמקאלהֺׁ אלעאשרהֺׁ מן כתאב אלמאלכי יום אלכמיס
פי כֺוֺ 21 יום מן שהר אדר סנה הגֹןֹ ללכֹליקהֺׁ בטראבנש אלראתבה עלי
22 שאטי אלבחר פאנסכֺתה מן אלערבי אלי אלעבראני ואלחמד ללה
23 רב אלעאלמין. והו בכֹט יד צאחב אלתאליף 24 והדֹא אלתאליף ללחכים
סבאת ולד אלחכים עטיא רחמהُ אללה.

Traduzione

È terminato il decimo capitolo de Il libro regale [kitāb al-mālakī]
giovedì 26 del mese di adar dell’anno 5053 della creazione [13 marzo 1293] in Trapani situata sulla riva del mare, e lo ho traslato dall’arabo all’ebraico, grazie a Dio signore degli universi, ed esso [scil. il codice] è di mano del proprietario della copia, e questa copia appartiene al medico Sabbāt figlio del medico 'Atiyyā, che Dio abbia misericordia di lui.

Il colophon ci indica inequivocabilmente che il codice è stato copiato a Trapani, città menzionata col suo nome di forma araba Trābaniš .

Come attesta lo stesso Mandalà, «il Vaticano ebr. 358 è uno straordinario testimone della circolazione del sapere medico arabo-islamico tra gli esponenti della comunità ebraica trapanese. Questa circolazione si inserisce nel quadro della più vasta eredità arabofona degli ebrei dell’isola, ma si giustifica anche in virtù della vocazione geopolitica di Trapani, aperta alla vicina costa africana e al mondo arabo-islamico in generale».

Per quanto riguarda la presenza ebraica a Trapani, occorre precisare, continua Mandalà, «che durante il XII secolo la città è menzionata sia nelle lettere della Ghenizà del Cairo sia nell’itinerario di Beniamino da Tudela (che riporta un chiaro arabismo nell’indicare il nome locale del corallo: al-murgān). Durante l’età normanna e sveva gli statuti della città attestano una promiscuità giuridica, e di conseguenza anche una contiguità di vita civile e religiosa, tra ebrei e cristiani; difatti il legislatore vieta esplicitamente agli esponenti di uno dei due gruppi di testimoniare contro gli altri («Iudaei adversus Christianos nec Christiani adversus Iudaeos in testimonium admittuntur»). Per la seconda metà del XIII secolo qualche lume proviene dalla perduta cancelleria angioina e dal registro del notaio ericino Giovanni Maiorana, che tuttavia ha il suo focus sul vicino centro di Monte San Giuliano/Erice, ma soprattutto dalla cancelleria aragonese. Difatti sappiamo che qualche mese dopo la copia del nostro codice vaticano, Giacomo d’Aragona nomina sichus e magister legis della universitas trapanese un altro medico ebreo, tale magister Aquacus (29 settembre 1293).

Se la Trapani del Due e Trecento è la città degli Abbate, senza dubbio quella del Quattrocento è la città dei Sala, un’importante dinastia di ebrei trapanesi attivi nei commerci mediterranei, che all’occorrenza rivestono il ruolo di ambasciatori nella vicina sponda africana al servizio dei Martini.

Quanto alla vita culturale della Trapani quattrocentesca Eliyahu Ashtor deprecava, a torto, il basso livello di cultura ebraica della città e aggiungeva che «these people [scil. rich Jews] could support Jewish scholars and render it possible for them to pursue their activities of studying, teaching and writing books». Lo studioso constatava inoltre che nonostante gli atti dei notai menzionino libri appartenuti ad ebrei trapanesi, vano risultava lo spoglio dei cataloghi di manoscritti alla ricerca di codici composti o copiati a Trapani.

Tuttavia questo giudizio, alquanto affrettato, può essere rivisitato grazie al presente codice, ma anche in virtù delle indagini archivistiche condotte da Angela Scandaliato; ad esempio sappiamo di un copista, Machalufo Chilfa figlio di Xalomo, attivo a Trapani nella seconda metà del xv secolo.
Per quel che concerne l’arte medica anche a Trapani affiora la presenza di qualche medico che ha lasciato traccia delle sue attività nei documenti d’archivio. Come recentemente notato da Shlomo Simonsohn, nella Sicilia ebraica è presente un insolito numero di medici, un’arte che doveva essere ben radicata attraverso pubbliche licenze e una trasmissione all’interno della sfera familiare».

L'opera senza dubbio oltre a rappresentare un importante riferimento medico- scientifico dell'epoca, testimonia la vocazione geopolitica di Trapani, posta al centro del mediterraneo e aperta alla vicina costa africana e al mondo arabo-islamico in generale.

Per il testo: 
Un codice arabo in caratteri ebraici dalla Trapani degli Abbate di Giuseppe Mandalà

Per saperne di più: 
http://sefarad.revistas.csic.es/index.php/sefarad/article/viewFile/631/734

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