22 nov 2016

L’arte del presepe in Sicilia



Nato per rappresentare il racconto evangelico, originariamente intriso di pura spiritualità ed esclusivamente presente nelle chiese, il presepe si trasforma e si evolve con il passare degli anni in una simbolica allegoria di una realtà nella quale si fonde il sacro con il profano, dove l’impianto scenografico trova sempre al centro la grotta o la mangiatoia dove riposa il Bambino e verso cui convergono pastori e Re Magi, oltre ad innumerevoli personaggi con animali e oggetti d’uso quotidiano in un caleidoscopio di motivi, credenze e forme dell’ immaginario popolare.

In Sicilia furono quattro i centri principali di diffusione dell’arte presepiale: Palermo, Siracusa, Caltagirone e Trapani. Sia a Palermo che a Siracusa era fiorente l’apicultura e fin dal Seicento veniva utilizzata la cera per plasmare non solo il Bambinello ma l’intero presepe, erano infatti chiamati “I bambiniddara” gli artisti che tra Sei e Settecento, riuniti in maestranza operavano a Palermo, in botteghe in una strada dietro la Basilica di San Domenico.

Nell’Ottocento sono rinomati i “cerari” siracusani, anch’essi specializzati nell’arte del presepe e del Bambinello. Alcuni esempi di presepi in cera sono tutt’ora presenti presso l’Eremo di San Corrado a Noto e nel museo Bellomo di Siracusa. A Noto, nel palazzo Vescovile è conservato un presepe con 38 figure con lo sfondo del paesaggio dei Monti Iblei. L’abate Gaetano Giulio Zumbo (Siracusa, 1656 - Parigi, 1701) è stato quasi certamente tra i più celebri ceroplasti siciliani.

A Caltagirone intorno all’Ottocentole figure dei pastori vengono realizzate interamente in terracotta. Nella ricca produzione locale si possono individuare un filone colto ed uno popolare. Al primo filone appartengono i maestri ceramisti Giacomo Bongiovanni (1772-1859) Giacomo Azzolina (1854-1926) e soprattutto il celebre padre Benedetto Papale (1837-1913) autore di straordinarie scenografie presepiali. Il secondo filone, destinato alle classi meno abbienti, è caratterizzato dalle figure lavorate e dipinte rozzamente esclusivamente nella faccia anteriore, nonché dai costumi e dalla umiltà dei doni.

A Trapani l’arte di lavorare i coralli raggiunge il suo apice tra Sei e Settecento, periodo nel quale i maestri corallari utilizzano la tecnica della “cucitura” ossia l’uso di piccoli frammenti di corallo che vanno a formare il partito decorativo cuciti sul retro di una lamina e sostenuti da perni. 

La raffinatezza e la maggior nitidezza delle figure è dovuta all’utilizzo del bulino, anziché dello scalpello, tecnica adottata già nel Cinquecento da Antonio Ciminello. I presepi trapanesi si distinguono per l’utilizzo di materiali nobili e quindi non solo il corallo ma anche la madreperla, l’avorio, l’argento, l’alabastro pur senza disdegnare le conchiglie e l’osso. Splendidi esemplari sono custoditi nel Museo Pepoli di Trapani e al museo Antonio Cordici di Erice. Tra i più grandi artefici è da ricordare lo scultore Andrea Tipa (1725 -1766) che, oltre ad eccellere nella scultura monumentale, riusciva in maniera egregia anche nella scultura miniaturizzata di stupende composizioni presepiali per le quali prediligeva l’utilizzo di tutti i materiali nobili in uso a Trapani. 

Per comprendere maggiormente l’uso del corallo è bene soffermarsi sul suo forte significato simbolico, esso infatti già nell’Antico Testamento simboleggia le eccelse virtù dell’uomo, la purezza e la bellezza, per l’antica Grecia è il sangue della Gorgone Medusa, uccisa da Perseo, che scorrendo dalla testa recisa si pietrifica sugli arbusti su cui essa è appoggiata, testimoniando la vittoria della vita sulla morte, per il Cristianesimo il corallo è associato al sangue di Cristo, divenendone simbolo della passione e della resurrezione.

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