9 ago 2017

MUSICA, CANTO E POESIA POPOLARE IN SICILIA


I canti popolari nella nostra penisola hanno suscitato l’interesse di diversi etnologi, sì da essere stati oggetto di studio un po’ in tutta Italia.

In Sicilia i principali studiosi di tradizioni popolari sono stati Lionardo Vigo (1799-1879), che nel 1857 pubblicò la Raccolta di canti popolari siciliani, Giuseppe Pitrè (1841-1916), che tra 1871 e il 1913 pubblicò la Biblioteca delle tradizioni popolari, in 25 volumi, due dei quali dedicati ai canti popolari (Canti Popolari Siciliani, voll. I e II) e Salvatore Salomone-Marino che pubblicò nel 1867 un volume intitolato Canti popolari siciliani in aggiunta a quelli del Vigo, contenente 749 canti. I suddetti etnologi si occuparono prevalentemente dell’aspetto letterario dei canti popolari.Solo agli inizi del XX secolo i canti furono attenzionati anche dal punto di vista musicale grazie all’opera dell’etnomusicologo Alberto Favara (1883-1923), che trascrisse più di mille canti popolari (1090) e che furono raccolti successivamente nel Corpus di musiche popolari siciliane pubblicato nel 1957 a cura di Ottavio Tiby. 

Per capire l’importanza che riveste il canto popolare basta soffermarsi sulle parole scritte dal filosofo, teologo e letterato tedesco, Johann Gottfried Herder (1744-1803), che occupandosi anche di canti popolari disse che:

i canti popolari sono gli archivi del popolo, il tesoro della sua scienza, della sua religione, …, della vita dei suoi padri, de' fasti della sua storia;….

Queste parole sembrano sintetizzare bene l'importanza che la musica popolare riveste nella storia e nella tradizione di un popolo. Infatti i canti popolari si manifestano in diverse forme e contenuti così che si trovino canti d'amore, di infanzia, di carcerati, di storia ed altri. L'insieme di questi canti può mettere in rilievo gli stati d'animo, gli usi, i costumi, le tradizioni, le gioie, le sofferenze di un popolo nelle sue diverse manifestazioni. Del resto le stesse origini del canto popolare mettono in luce questo modo di comunicare i propri sentimenti e stati d'animo dei poeti-cantatori popolari. Infatti i canti, per lo più, traggono origine da poeti popolari del luogo e nella maggior parte dei casi rimangono anonimi. Da qui la canzone diventa popolare, nel senso che viene imparata dalla gente comune che fa propri quei versi e li canta ad altri che, a loro volta, li canteranno ad altri ancora e così via, fino ad arrivare alle orecchie di tutti. In effetti sovente si può riscontrare uno stesso canto in diversi paesi, con leggere variazioni dal momento che ognuno lo adatterà come meglio crede, cambiando qualche verso a volte per mutarne totalmente il senso, come, ad esempio, si può notare da questi versi:

Guarda Palermu, ch'ha fattu Missina:
fici 'na citatedda a menzu 'u mari
e nesci un pugnu d'oru a la matina
'ntra mastri muratura e manuali
e tu Palermu cu li to' jardina
cu l'acqui frischi e li donni parlanti
Quantu vali lu portu di Missina
nun va Palermu, livannu li santi.

A Palermo gli ultimi due versi diventano i seguenti: 

Cu tuttu ca Missina havi lu portu
pri la bedda Palermu è sempri ortu

e in tal modo il senso della canzone viene ribaltato, con Palermo che primeggia come città rispetto a Messina.

Sicuramente anche il commercio e le comunicazioni hanno contribuito alla diffusione dei canti popolari, così come i pellegrinaggi, le guerre, le feste religiose, il vagare dei poeti popolari. Tutto ciò ha fatto sì che diversi canti varcassero i confini regionali sì da essere adattati in altri territori secondo le esigenze degli stessi.In tal modo la “rinninedda ca vai ppi mari” siciliana la troviamo come “rinnina chi vai lu maru maru” in Calabria e addirittura in “O rondinela, che dal mare viene” nel veronese.Dal punto di vista della struttura i canti popolari si manifestano in svariate forme che assumono le denominazioni di Canzuni, Ciuri, Arii, Diesilli, Orazioni, Storii, Ninni, Nnimini.

La Canzuna è il canto più diffuso ed è costituito da otto endecasillabi con rime alterne; viene sovente impiegato in canti d'amore.
I seguenti versi sono un esempio di canzuna:

Si calassiru ccà l’angili bielli,
li pittura fussiru a milli a milli,
dipinciri ‘un si po’ cu ssi punzielli
la facci di ‘na Ddia, e ssi mascilli
veru ca nni stu munnu cci nn’è bielli,
facci di luna e di biunni capilli;
quannu tu affacci, cantanu l’ocelli;
sona la luna e abballanu li stilli 

Il canto a Ciuri è uno stornello a due o tre versi; anche in questo caso, per lo più, il tema del componimento è l'amore, ma spesso il canto a ciuri viene utilizzato in canti carnascialeschi.

Un esempio di canto a ciuri è il seguente:

Ciuri d’aguannu!
Ma iu chi haju ca la notti ‘un duormu
Siempri pinsannu a tia, corpu di sangu!

I canti a Ciuri, come detto, si possono riscontrare anche in canti carnascialeschi; in questi tipica è la maschera del pulcinella che a suon di colascione improvvisa strofe nelle taverne in cambio di qualcosa da mangiare.Sempre in tema di carnevale si possono riscontrare altri canti che descrivono le maschere tipiche del carnevale siciliano. Tra queste vi è quella de' Jardinara cantata da uomini vestiti da giardinieri, ortolani. Un'ulteriore maschera è quella della Mamma Lucia, una donna di malaffare, che sfila per le vie della città e alla quale si accodano le persone, ballando, deridendola e dicendogliene di tutti i colori, fino a notte fonda quando vanno nelle taverne a bere e a cantare. Inoltre è da ricordare il Nannu di Carnalivari, che è, poi, la maschera principale. In genere è rappresentato come un vecchio fantoccio di cenci, anche se comunemente è rappresentato da una maschera vivente che su un carro va sfilando, accompagnato dal popolino che urla, fischia. L'Arii hanno come tema l'amore e sono settenari od ottonari riuniti in lunghe o brevi strofe. Vengono accompagnate a suon di chitarra o di marranzano ('ngangalarruni). 

Un esempio di aria è il seguente:
La vitti 'mpinta a un arvulu
La ficu chi pinnìa
Io a vuleva cogghiri
Rrivari ‘un la putia

Le Orazioni, il cui verso è generalmente endecasillabo, sono brevi leggende sacre che si differenziano dalle Storie in quanto quest'ultime sono più lunghe, spesso veri e propri poemi. Le orazioni si possono trovare anche in ottave, sestine, quartine.

I Diesilli sono canti sacri più brevi rispetto alle orazioni che solitamente si intonano per suffragare le anime dei defunti.Altri canti sono le Ninni-nanni che vengono intonate per fare addormentare i bambini e utilizzano spesso il verso “a la-vo’”. I Nnimini o Niminagghi sono brevi componimenti nella forma di indovinello. A questi si contrappongono i Dubbii che sono vere e proprie sfide tra poeti e in cui vengono poste le questioni più alte, le verità più difficili da spiegare. Famose sono le sfide tra il Dotto di Tripi e Pietro Fullone. Nel duetto un poeta lancia una sfida in otto versi i cui primi sei versi sono quesiti ai quali il poeta sfidato deve dare risposta altrimenti, come solitamente viene detto negli ultimi due versi, non dimostra di essere un vero poeta. Lo sfidato a sua volta risponderà con un’ottava i cui primi sei versi sono le risposte ai quesiti formulati dallo sfidante e con gli utlimi due conferma di essere un vero poeta in grado di sciogliere i dubbi dello sfidante. Sovente gli otto versi dello sfidante sono tutti quesiti che richiedono altrettante risposte. Di seguito un esempio di sfida tralu Dottu di Tripi e Petru Fudduni 

Proposta di lu dottu di Tripi Risposta di Petru Fudduni
Ieu vitti na grasta cu dui pipi, La donna è grasta, e l’occhi su li pipi,
ch’era attaccata cu diversi capi, li trizzi ch’avi ‘ntesta su li capi,
E vitti un mari ch’aveva dui ripi, la frunti è mari, li gigghia su ripi,
vitti na mantra cu diversi crapi: la vucca è mandra, li denti su’ crapi;
truvavi un magasenu cu dui stipi, lu pettu magazè, li minni stipi
e truvavu un jardinu cu dui rapi, ortu la testa, e l’aricchi su’ rapi
ti manna a diri lu dottu di Tripi va e cci va a diri a lu dottu di Tripi,
addivinassi stu dubbiu si sapi. ca si jissi a ‘nsignari, can un sapi

Altri canti sono quelli fanciulleschi, chiamati Jocura. Non di trascurabile importanza sono i canti di storia. Tali canti rievocano episodi, eventi storici, molto spesso vissuti direttamente dai protagonisti, altre volte rievocati e tenuti vivi dai cantastorie. Un evento storico a cui sono dedicate varie strofe, in diversi paesi, è quello del Vespro Siciliano. La dominazione francese degli Angioini fu una tra le peggiori dominazioni in Sicilia; si aggiunga, inoltre, che questa succedeva a quella Normanna, vista invece di buon occhio. La dominazione francese viene ricordata come un periodo molto negativo per i siciliani al punto che il termine franza indicherà fame nel dialetto siciliano. Un esempio di questo evento storico è racchiuso in questi versi: 

E lu francisi ccu la so' putenza
'nta la Sicilia facia mala crianza
lu pani nni livava di la menza
francisi si vidiano ad ogni stanza
iddi fidannu nni la so' putenza
e nui mischini sutta la so' lanza
'nto n'ura fu distrutta ddà simenza
fu ppi tunnina salata la Franza.

Altri eventi storici che vengono ricordti sono quelli legati alle dominazioni borboniche raltive ai moti del 1820, 1848, 1860 e al periodo di unificazione d’Italia, mentre sono pochi i canti che si riferiscono al periodo storico che va dal 1300 e al 1500, se non del tutto assenti. La Palummedda Bianca è una delle canzoni più diffuse relativamente ai moti del 1848, nella quale viene inneggiata la libertà contro il governo borbonico. 

Anche la satira sul re Ferdinando è un canto molto diffuso. Il canto, appunto, satireggia contro il re e il suo regno, ormai agli sgoccioli.

Ovviamente un pò tutta la storia della Sicilia è contenuta in canzoni popolari.

Altri canti che vanno ricordati sono i canti di lavoro che venivano intonati dai contadini durante la mietitura, la vendemmia, o dai pescatori durante la mattanza dei tonni, i canti dei carrettieri, nonché quelli degli zolfatari. I canti degli zolfatari sono diffusi principalmente nelle province di Caltanissetta, Agrigento, Enna e Catania. Questi canti hanno una particolarità rispetto alle melodie dei canti dei carrettieri o di quelli di lavoro; infatti l'ultima sillaba di ogni verso viene trascinata, quasi a sottolineare la pesantezza e la sofferenza del lavoro e assume la denominazione dialettale di ’ncasciata.

(Raffaele Messina) 

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