22 nov 2016

LA FAMIGLIA ABBATE "DE TRAPANO"



Nel 1239, Enrico Abbate diventa console di Tunisi. Il trapanese Enrico Abbate, nel 1239, fu il primo console del Regno di Sicilia in Tunisia. Come scrive Gavina Costantino, le relazioni tra la Sicilia e l’Ifrıqiya, regione corrispondente all’odierna Tunisia, alla parte orientale dell’Algeria, e alla Tripolitania, sono antichissime.

Sin dalla prima età aragonese la città di Trapani aveva assunto una certa rilevanza politica, accompagnata dalla crescita economica e demografica. Essa fu sempre particolarmente attenta a intrattenere pacifici rapporti sul piano diplomatico, la qual cosa evidentemente doveva avere importanti ricadute economiche.

In questo quadro di relazioni, le comunità ebraiche, sia siciliane sia maghrebine, furono piuttosto attive.


Già alcuni storici – Trasselli, Ashtor, Bresc – hanno scorto lo specifico interesse che la comunità ebraica trapanese riponeva nello scambio con il regno tunisino, un interesse maggiore di quello nutrito, generalmente, dalle altre comunità siciliane. 

La giudecca di Trapani era tra le più popolose della Sicilia e assai dinamica; teneva contatti costanti con il mondo berbero, infatti la conoscenza della lingua araba consentiva ai giudei di dialogare agevolmente con quella regione, in particolar modo con le comunità di correligionari lì presenti. 

Non era raro che mercanti trapanesi si rivolgessero a conterranei ebrei – agevolati dalla conoscenza dell’arabo – per effettuare le loro spedizioni. È il caso di Lanzone Fardella,uomo dalle fiorenti attività economiche, che si servì nel 1422 di due ebrei per spedire un grosso quantitativo di grano – 650 salme – a Sfax, Gerba, o eventualmente a Tripoli, e quindi barattarlo con altre merci.

La relazione con il regno hafside, la dinastia berbera islamica che governò l'Ifriqiya dal 1229 al 1574 – e segnatamente con la sua capitale– era indispensabile per la città di Trapani; Bresc infatti parla dell’esistenza di un vero e proprio binomio Tunisi-Trapani, sebbene per ciò non si debba ritenere che i trapanesi avessero il monopolio delle relazioni con la regione nord-africana. Ancora, secondo Bresc, Trapani fungeva da punto di riferimento unico in tutta la Sicilia per il riscatto dei prigionieri saraceni.


Non a caso, quindi, nel 1239-40 Federico II nominò quale console della Sicilia a Tunisi il trapanese Enrico Abbate.

Come scrive Vincenzo D'Alessandro, Enrico Abbate fu il primo console nominato da una monarchia occidentale in un paese islamico, dopo i consoli creati dalle repubbliche marinare. Dal 1239, Federico inviò , il trapanese Enrico Abbate, nell'intento di fare concorrenza alle rappresentanze consolari delle Repubbliche italiane. In quegli stessi anni tuttavia egli, pur essendo attivo come Console, non risiedeva stabilmente a Tunisi, essendo impegnato in importanti servizi, come trasferire dal regno il denaro richiesto da Federico e ad apprestare a Pisa quanto fosse necessario all’esercito dell’imperatore. Nel febbraio 1240 l’Abbate tornava a Tunisi per una importante missione, forse per rinnovare il trattato del 1231 e convincere l'emiro a modificare la buona accoglienza riservata alle Repubbliche Marinare. A capo della missione pare Oberto Fallamonaco; il notaio al seguito era Giovanni da Palermo.

D'altra parte possiamo definire la Trapani del XIII secolo, come la città degli Abbate. Come scrive Laura Sciascia, infatti «per quasi due secoli, dalla prima metà del Duecento alla fine del Trecento, il nome e le vicende della famiglia saranno legati strettamente al nome e alle vicende di Trapani: e anche se gli Abbate godranno tutti della cittadinanza di Palermo e avranno interessi e feudi in altre zone dell’isola, il loro nome sarà sempre seguito dall’aggiunta de Trapano, a sottolineare ben più che una provenienza, una simbiosi profonda con la città e le sue strutture che, nel volgere degli anni, arriva quasi ad assumere le caratteristiche di un dominio signorile. In particolare gli Abbate sono legati a un aspetto determinato della vita della città, al ruolo di punta estrema verso l’Africa, il Maghreb e il mondo islamico che Trapani ebbe per tutta l’età normanna e sveva e che si affievolisce poi dopo il Vespro».

«Il Vespro, infatti, aveva provocato una brusca virata, spostando l’asse degli interessi della città dai rapporti con l’Africa e il mondo musulmano a quelli con la penisola iberica, e facendo del suo porto il naturale punto di approdo delle navi provenienti dalla Catalogna. Il Mugnos fa discendere gli Abbate da Papiro Cavaliere Romano, il quale dopo aver rinunziato ai suoi possedimenti in favore del figlio Ascanio, si ritirò nel monastero di Montecassino. Alcuni dei figli dell’Abbate passarono in Sicilia e propriamente quel ramo di essa che fioriva in Milano.

Capostipite in Trapani fu Americo che vi fiorì nel 1165 regnando il Re Guglielmo il Buono e da esso derivò il glorioso Sant’Alberto Carmelitano, cittadino trapanese figlio di Benedetto, Signore di Favignana e di Giovanna Palizzi.

Un altro personaggio illustre della famiglia fu Palmiero Abate uno dei maggiori promotori e organizzatori della rivolta del Vespro siciliano del 1282 contro gli Angioini, insieme a Gualtiero di Caltagirone, Alaimo di Lentini, Enrico II Ventimiglia e Giovanni da Procida. Il 30 agosto 1282 si occupò di accogliere la flotta di Pietro III d'Aragona comandata dall'ammiraglio Ruggero di Lauria sbarcata a Trapani per dare sostegno ai siciliani contro gli angioini. Alle truppe fornì rifornimenti e denari per proseguire la guerra.

La famiglia Abbate si estinse a Trapani nel 1703.

Testi citati:
GAVINA COSTANTINO, Le relazioni degli ebrei trapanesi con il regno Hafside di Tunisi sotto Alfonso V.
VINCENZO D'ALESSANDRO, Velut nostri membra regiminis. Sulla formazione e la composizione dell’apparato di governo federiciano

LE EGADI: DALLA TARDA ANTICHITÀ' AGLI INIZI DELL'ETA' MODERNA


Piccole, relativamente povere di risorse, esposte a tutti i pericoli provenienti dal mare, le Egadi resteranno nel medioevo quasi deserte e prive di stabile popolamento se si esclude qualche presenza eremitica, il castrum e la tonnara di Favignana, attestata in età angioina e poi nel XV secolo. Le isole però, ed in primo luogo la più grande del gruppo, sono troppo vicine alla costa e a due città importanti come Trapani e Marsala, oltre che ubicate lungo rotte importanti, per venire abbandonate al loro destino. Le isole possono occultare navi pirate ma anche un’intera flotta nemica che a Favignana -“pericolosissima et molto favorevole al nemico”- può inoltre ricostituire le scorte d’acqua. 

Controllare -o tentare di controllare militarmente- le Egadi è quindi un imperativo per chi detiene il potere sulla costa: una costante della storia dell’arcipelago -e di Favignana in primo luogo- è conseguentemente la presenza di un insediamento militare e l’opportunità di erigere e tenere fortificazioni. Senza il controllo di Favignana, Trapani e tutta la costa sono in pericolo. La storia delle Egadi è quindi strettamente collegata a quella di Trapani di cui rappresenta una vera e propria appendice. 

Da Trapani si prenderanno anche tutte le iniziative volte allo sfruttamento delle risorse isolane che comprendono, oltre al tonno pescato a Favignana, la pietra da costruzione, il legname, le alghe coloranti (oricello), il corallo, la cacciaggione. Da Trapani si rifornirà il castello di Favignana e trapanesi saranno per decenni i padroni (di fatto e di diritto) delle Egadi. [....]

Fin da età angioina la castellania di Favignana è appannaggio probabilmente ereditario della famiglia più ricca ed importante di Trapani, gli Abbate. Il personaggio più noto del lignaggio, Palmeri, in età angioina è anche capitano dell’isola di Pantelleria: il suo potere, quindi, da Trapani segue la rotta delle isole verso la Tunisia. Favignana, con il suo castello, rimane per quasi tutto il XIV secolo sotto il controllo della famiglia Abbate all’interno della quale, come già visto, si trasmette ereditariamente la castellania: a Palmeri succede probabilmente il fratello Riccardo e quindi il figlio primogenito di questi, Nicolò. Il figlio di quest’ultimo, Riccardo, è castellano di Favignana e dei castelli trapanesi. Nel 1355 Riccardo Abbate cadde prigioniero di Federico Chiaromonte e le sue cariche, comprese le castellanie, passarono al figlio Nicola fino alla liberazione dietro cospicuo riscatto nel 1358.

All’arrivo dei Martini la castellania dell’isola passerà ad Antonio del Bosco, mentre la demanialità dell’isola e del castello erano confermate nel parlamento di Siracusa del 1398. In realtà lo stesso Martino I concesse poi in feudo tutto l’arcipelago delle Egadi (omnes insulas Favignane) ad Aloisio de Carissima, mentre il castello sembra rimanere al demanio e come castello regio lo ricorda infatti nel 1420 Nompar de Caumont. Nel 1405 era castellano un tale Antonio de Bandino con diritto a tutte le rendite fiscali di Favignana che però non bastavano a coprire le dodici onze annuali di mantenimento versate dalla secrezia di Trapani. Nel 1410 era castellano Pietro de Sadina con onze 6 annuali di salario; ai suoi ordini militavano sei serventi con onze 4 annuali ciascuno. L’ammontare complessivo dei salari era pagato per onze 12 annue dalla secrezia di Trapani e per le rimanenti onze 18 da quella di Marsala.

Il castello sembra a quella data quasi in stato di disarmo: l’arsenale comprendeva solo tre balestre, tre pavesi tristi e quattro elmetti di ferro93. Il castello medievale di Favignana, d’altra parte, si trovava sulla cima del monte dove più tardi fu eretto il forte di S. Caterina . La posizione difficilmente accessibile lo rendeva quindi quasi inattaccabile, mentre ne esaltava il suo effettivo ruolo: quello di posto di segnalazione e d’osservazione su un vastissimo tratto di mare e su tutto l’arcipelago. La vita della piccola guarnigione dipendeva interamente dai rifornimenti che giungevano in barca da Trapani.
Nel XV secolo il mare delle Egadi pullulava letteralmente di corsari e pirati d’ogni bandiera, tanto musulmani che cristiani e le isole erano divenute “sicuro ricetto” di scorridori. Al principio del secolo i più insidiosi erano i tunisini. [...]

Oltre ai saraceni, erano presenti almeno fin dal XIII secolo anche i corsari genovesi che intensificarono la loro attività negli anni di Alfonso V. Nelle acque delle Egadi sono segnalati perfino corsari biscaglini, che predarono nel 1445 una nave veneta presso Marettimo, e portoghesi: nel 1440 una nau capitanata dal servidor dell’infante Enrico Alvaro de Cayedo catturò una saetta che da Trapani andava a Tunisi. Più tardi, al principio del XVI secolo, saranno turchi e barbareschi a spadroneggiare sui mari trapanesi e fra le isole Egadi.

I barcaioli addetti al vettovagliamento del castello di Favignana rischiavano quindi continuamente la cattura. Il gravissimo pericolo di cadere fra gli artigli dei pirati non impedì comunque nel corso del XV secolo lo sfruttamento delle risorse di Favignana. Nella maggiore delle Egadi si andava in primo luogo per caricare pietra da costruzione cavata a cielo aperto. 

Nel 1437 tale Manfrè lu Miraldu vendette alla chiesa di S.Agostino di Trapani dodici balatas ... insule Fagugnane al prezzo di un fiorino. Nel 1498 tale Andrea de Napoli, trapanese, vendette al concittadino Giuliano la Ficarra ben cinquecento cantoni di Favignana al costo di 18 tarì al centinaio. I cavatori di pietra erano esplicitamente invitati, nei contratti di ingaggio, a rimanere nascosti in caso di arrivo di navi corsare. Oltre all’attività di cava, nel corso del XV secolo si assiste a Favignana al rilancio della pesca del tonno già attestata in età angioina. Nel 1442 tali Giovanni Lombardo, Antonio Cachaguerra e Roberto de Panormo si accordarono per ‘calare’ la tonnara lungo le coste dell’isola. Non sappiamo se effettivamente il rilancio della tonnara favignanese sia avvenuto verso il 1442.

Pochi anni dopo, però, nel 1451, Alfonso V concesse ufficialmente a Melchiorre de Carissima, vicesecreto di Trapani, la facoltà di realizzare la tonnara a Favignana dove già antiquo tempore ut accepimus fiebat tonnaria. Melchiorre de Carissima era succeduto ad Aloisio nel possesso delle Egadi: un altro Melchiorre, figlio del primo, donò l’arcipelago alla sorella Benedetta, andata in sposa a Issio Riccio (Richulo), uno dei maggiorenti trapanesi. La famiglia Riccio rimase in possesso delle isole fino alla cessione alla Regia Curia da parte di Giovanni Francesco Rizzo in cambio di una rendita di 120 onze annuali. Oltre al tufo ed al tonno di Favignana, altra risorsa delle Egadi continuava ad essere il legname; sulle coste delle isole si andava anche alla ricerca di oricello, un’alga che veniva ridotta in polvere ed utilizzata per colorare in rosso. [...]

Le Egadi, rimasero deserte ancora a lungo e per Marettimo, in particolare, l’abbandono pressocchè totale a partire dal XV secolo è attestato dagli scavi nel complesso “Case Romane”; nel 1420 il nobile guascone Nompar de Caumont dice espressamente deserte tanto Marettimo che Levanzo. Il saldarsi della tradizionale guerra da corsa barbaresca con il ben più temibile pericolo turco esaltò drammaticamente fin dai primi del XVI secolo il ruolo di vitale frontiera delle coste siciliane. La linea difensiva passerà per Malta, specialmente dopo l’insediamento dei Cavalieri, tralascerà sostanzialmente -con effetti disastrosi per gli abitanti- la poco strategica Pantelleria e quasi ignorerà, almeno per quasi tutto il ‘500, le Egadi, ripiegando sulle possenti fortificazioni di cui verrà dotata Trapani. Nel corso della prima metà del XVI secolo le isole sono praticamente lasciate al loro destino di nascondiglio e base per i turchi.

Barbarossa è a Favignana nel 1533, facendo temere un imminente attacco su Trapani.
Quando non erano i turchi, erano gli equipaggi affamati e disperati di navi spagnole provenienti dai presidi nordafricani a infestare le isole e distruggere la selvaggina di Favignana, suscitando nel 1513 le proteste risentite del barone Andra Riccio. Alla metà del secolo Fazello testimonia lo stato d’abbandono del vecchio castrum di Favignana, pur sottolineando la fertilità dell’isola, l’abbondanza d’acqua e dunque la sua abitabilità. Lo storico cinquecentesco di Trapani, Pugnatore, addebita dal canto suo alla presenza ostile di turchi e barbareschi la decadenza delle Egadi e l’abbandono del loro sfruttamento nel corso della prima metà del ‘500.

Qualcosa cominciò a cambiare nella seconda metà del secolo, ed in particolare dopo Lepanto. Il vicerè marchese di Pescara (1568-1571) si impegnò nella fortificazione di Trapani e delle isole, dopo averle comprate dal barone titolare. Pugnatore attribuisce al vicerè la costruzione dei forti di S.Leonardo, eretto a difesa della tonnara, di S.Caterina “su l’ più alto colle dell’isola, onde ogn’intorno il mare da lontano si scopre”, e del forte poi chiamato S.Jacopo. Altra fortezza venne eretta da Pescara a Marettimo, mentre a Levanzo fu disposta unicamente la presenza di guardie “ma senza ricetto murato”. Pugnatore magnifica i risultati dell’opera di Pescara, giungendo ad affermare “che ormai il passo che è fra le dette isole e Trapani, è tanto sicuro che non n’è forse alcun altro in Sicilia che sia oggi men sospetto di corsari di quello”.

In realtà l’operazione di limpiar las islas andò avanti con maggiore lentezza. Nel 1571 lo stesso marchese di Pescara sottolineava i “danni che riceve questo regno et tutta la navigatione dalla Isole della Favignana, Levanzo e Marettimo et della necessità che c’è di rimedio et di quanto frutto è quel poco ridotto che ho fatto nel Marettimo”. Pochi anni dopo era il duca di Terranova a sottolineare il grande pericolo che per Trapani rappresentava la vicinanza di Favignana e delle altre isole dell’arcipelago. Tanto Spannocchi che Camilliani davano per scontato che il passaggio di fronte Favignana comportava il rischio quasi certo di attacco da parte dei corsari. [....]

Perchè la situazione delle Egadi si evolva ulteriormente occorrerà attendere il XVII secolo e l’affievolirsi della minaccia turca. Con atti del 16 dicembre 1637 e del 23 febbraio 1640 il genovese Camillo Pallavicino acquistò dalla corte le isole di Favignana, Levanzo, Marettimo e Formica; poco dopo il suo procuratore Giacomo Brignone ottene la licentia populandi che darà vita al comune di Favignana. Il primo nucleo dell’abitato si impianterà nel fossato del forte S.Jacopo (oggi penitenziario), sotto la controscarpa. Levanzo resterà ancora disabitata, mentre a Marettimo il castello continuava ad ospitare verso il 1640 una piccola guarnigione di militari (alcuni con le famiglie) che viveva, come al tempo di Spannocchi, fra grandi stenti e disagi. Il resto dell’isola era però ancora “nido di corsali”. Fra la fine del ‘500 ed i primi del ‘600 dovette essere eretta anche la fortezza dell’isolotto di Formica, destinata a difendere la tonnara colà impiantata, oltre che a segnalare da lontano la presenza dell’isola stessa, piatta e quindi molto pericolosa per le navi.

Il futuro economico delle isole, come probabilmente era stato già nell’antichità, si legava quindi in primo luogo alla pescosità del mare ed all’attività delle tonnare di Favignana e Formica. Più tardi, venuta meno la necessità delle difesa, i vecchi castelli sarebbero stati trasformati in prigioni e anche le Egadi avrebbero scoperto la triste e durevole ‘vocazione’ di luogo di esilio e pena.

Tratto da: Le Egadi dalla tarda antichità agli inizi dell’età moderna: storia e archeologia di FERDINANDO MAURICI

Per saperne di più: 
http://www.trapaninostra.it/libri/Biblioteca_Fardelliana/La_Fardelliana_1999/La_Fardelliana_1999-04.pdf

SAN GIULIANO MARTIRE CARTAGINESE

San Giuliano Martire cartaginese 
Il patrono di Trapani e della città del Monte

Oltre la devozione a Sant'Alberto degli Abate, a Trapani ed Erice, per molti secoli, sin da tempi molto antichi, fu venerato San Giuliano Martire cartaginese. Il culto era talmente sentito e diffuso da diventare un vero e proprio Santo Patrono delle due città.
Scrive Salvatore Corso nel suo libro:

Non fu difficile passare dalla diffusione del culto con la dedicazione dei luoghi alla proclamazione spontanea e poi ufficiale del patrocinio sia a Trapani che al Monte. Un patrocinio consolidato al punto da non essere scalfito anzitutto dall’interminabile controversia fra ericini e trapanesi circa la patria di sant’Alberto e dalla conseguente rilevanza data al santo concittadino in ciascuna delle due città. Bisogna ritenere che il duplice patrocinio di san Giuliano e di sant’Alberto rimase comune ad ambedue le città finché il loro destino fu complementare e l’iconologia della città designata ufficialmente Mons Sancti Juliani rappresentò un segnacolo ed una difesa per Trapani, sulla quale si riversò. 

Lo attesta l’ampliamento della città del Monte avvenuto in età aragonese e verosimilmente disposto in concomitanza dallo stesso Giacomo d’Aragona, come indica il ripopolamento della città del Monte documentato dal Registro del notaio Giovanni Majorana 1297-1300. Invece un radicale mutamento del rapporto tra le due città si verificò quando l’ampliamento del territorio ericino, attribuito a Federico II, si consolidò al punto da raggiungere l’autonomia dalla città marinara, autonomia supportata con l’estensione dei privilegi di Trapani e perseguita fin dai primordi del viceregno spagnolo: si accentuò la vocazione agro-pastorale della città del Monte, che la configurò come “città dei burgisi ricchi””.

In una città chiusa e riversata sull’immenso territorio, posseduto fino alle porte di Castellammare del Golfo - con una giustificazione risalente almeno al 1392 - non era più sufficiente derivare da Trapani modelli sociali e religiosi. E ciò nel momento in cui la città marinara emergeva con le sue conquiste civili e tecniche, con l’estro industrioso dei suoi cittadini e con la diversificazione dei suoi ceti artigiani. La città del Monte non vi poteva competere, perché dominata da una sola classe agraria, i burgisi, sull’artigianato fiorente ma succube e perché strutturata sulla classicità e sulle glorie passate. 

Il distacco operato dalla città del Monte trovò una manifestazione emblematica nella scoperta di un culto alla Madonna venerata in particolare dai burgisi, la Madonna di Custunaci, a cui affluiscono i legati almeno dal 1422, una Madonna iconograficamente lontana da quella su cui si era indirizzata e perseverava la città di Trapani almeno dall’arrivo dell’opera di Nino Pisano intorno al 1360. Ora il patrocinio dei santi Alberto e Giuliano sia a Trapani che al Monte si confrontava con l’avvento di due Madonne.

Per quanto riguarda il martire caraginese Giuseppe Abate scrive: A San Giuliano in Trapani furono dedicate ben quattro chiese (due urbane e due extra-urbane), un’isola del quartiere Casalicchio, ed una considerevole zona di territorio, dove si trovava una tonnara, oggi ridotta ad un rudere. 
Una delle suddette chiesette extra-urbane (detta di “San Juliano a la punta”) era presente nella suddetta tonnara sul litorale di tramontana, mentre la seconda (“Ecclesia Sancti Juiliani de insula”) si trovava nella salina appartenente alla Famiglia Abrignano, in località attualmente conosciuta come “isuliddra”.
 
Per quanto riguarda Trapani città, da quanto scrive il Pugnatore, una cappella dedicata a San Giuliano era presente nel quartiere Casalicchio, ed era stata fondata ancor prima dell’insediamento dei consolati delle repubbliche marinare e relative cappelle. Ed infatti quando il Pugnatore parla del consolato dei lucchesi, con relativa cappella dedicata a San Giuliano dei Lucchesi, si premura di precisare che tale cappella non era da identificare con quella di San Giuliano “dei trapanesi”, evidentemente sorta in precedenza. 

Per ulteriore chiarezza a tal proposito va detto che il San Giuliano dei Lucchesi era un altro San Giuliano (uno dei famosi quaranta) e precisamente un eremita, che era venerato in Toscana per dare accoglienza ai pellegrini ed ai bisognosi in una sorta di “hospitale” sulla strada tra Lucca e Pisa. In quale epoca tale chiesetta trapanese dedicata a San Giuliano nel quartiere Casalicchio sia stata edificata non è noto, ma come già detto il culto del santo era antecedente al periodo bizantino, e quindi anteriore all’ingresso di Trapani nell’ambito rituale del Patriarcato di Costantinopoli.

Oltre che dalle chiese a lui dedicate l’importanza del santo per la comunità trapanese è documentata da altri elementi. Ai marinai del quartiere Casalicchio (anche quelli che si trovavano in mare) era fatto obbligo ogni sera, recitando il rosario, di dedicare un Pater a S. Giuliano. Una sua icona era presente in varie chiese. Nel Santuario dell’Annunziata si trovava un olio su tela raffigurante una “Madonna in gloria tra gli angeli ed i santi Alberto, Iuliano, Giovanni Evangelista e Luigi Rabatà”. 

Ed infine non è un caso che le due chiesette extra-urbane in aree che rappresentavano il fulcro dell’economia trapanese (le saline e le tonnare) fossero proprio dedicate a questo santo. Nella seconda metà del 1500 il culto di San Giuliano cominciò ad affievolirsi e la cappella nel santuario dell’Annunziata a Lui dedicata fu intitolata a San Vito.

Per quanto riguarda Erice, la venerazione di San Giuliano sarebbe in relazione agli insediamenti sul monte, in luoghi poco accessibili e quindi più sicuri, dei primi cristiani perseguitati. Il culto comunque si rafforzò nei secoli successivi, come documenta il fatto che tutto il monte sotto i Normanni venne denominato Monte San Giuliano (denominazione mantenuta successivamente e solo ufficialmente abolita nel 1936). Esiste a tal proposito una leggenda secondo la quale, quando i Normanni occuparono la Sicilia, Erice fu liberata dagli Arabi per intercessione del santo, che comparve su un cavallo bianco, armato e cinto da un mantello rosso, con in pugno un rapace e seguito da una muta di mastini. 

Alla sua vista, i nemici atterriti si volsero precipitosamente in fuga dalla città, che potè così entrare in possesso dei Normanni. Per tal motivo San Giuliano fu chiamato “il Liberatore”. Sulla base di altre considerazioni, che esulano dal contesto di questo scritto, la leggenda dovrebbe essere riferita alla difesa di Erice contro un assalto dei saraceni. I testi riportati in bibliografia rendono conto in maniera dettagliata di tali ipotesi ed avvenimenti. Qui basti ricordare che esiste ad Erice una chiesa dedicata a San Giuliano, sicuramente edificata nel 1308, ma probabilmente ancor più antica.

Testi citati: 
http://www.trapaninostra.it/libri/Salvatore_Corso/San_Giuliano_Martire_cartaginese/San_Giuliano_Martire_cartaginese-05.pdf 
http://www.trapaninostra.it/libri/Giuseppe_Abate/Trapani/Trapani-57.pdf

TRAPANI NELLA LETTERATURA

L'amante liberale di Miguel de Cervantes

Miguel de Cervantes Saavedra è stato uno scrittore, romanziere, poeta e drammaturgo.

È universalmente conosciuto per essere l'autore del romanzo "Don Chisciotte della Mancia" che combatte contro i famosi "mulini a vento", uno dei capolavori della letteratura mondiale di ogni tempo. In quest'opera, pubblicata in due volumi nel 1605 e nel 1615, l'autore prende di mira con l'arma della satira e dell'ironia i romanzi cavallereschi e la società del suo tempo; contrapponendo all'allampanato cavaliere, che immerso in una perenne insoddisfazione insegue un sogno esaltato e maniaco di avventure e di gloria, la figura del suo pingue ed umanissimo scudiero, incapace d'innalzarsi al di sopra della piatta realtà. La sua influenza sulla letteratura spagnola è stata tale che lo spagnolo è stato definito come la lingua di Cervantes ed a lui è stato dedicato l'Istituto di lingua e cultura spagnola.

Cervantes fu anche soldato e marinaio di don Giovanni d’Austria, eroe e ammiraglio della battaglia di Lepanto. Nel settembre-ottobre 1573 fu a Trapani durante una sosta della flotta nella quale si era imbarcato sin dal 1571. Ed ecco che in un racconto delle “Novelas ejemplares” – con Leonisa e Ricardo, i due giovani protagonisti dell’Amante liberal, comparire anche Trapani, il suo mare, la sua gente.

Cervantes racconta del rapimento, da parte di un giovane nobile, di una bellissima donna trapanese, forse superiore a lui di ricchezze e di lignaggio. L'amore da parte della donna non era corrisposto perché ella era intenerita dalla corte di un altro giovanotto... Entrambi vengono rapiti dai turchi. Si salvano dopo molte peripezie, portando con se un tesoro, e l'innamorato, che già aveva offerto l'intero suo patrimonio, di alcune migliaia di ducati (o probabilmente scudi, come fa notare lo studioso Salvatore Accardi) , pur di liberare la bella, intende cedere l'oro quale omaggio per le future nozze della donzella, ma costei, persuasa dalla costanza e dalla generosità di lui, decide di sposarlo.

Così inizia la novella: Un gentiluomo da Trapani, città di Sicilia, chiamato Ricardo, vien preso da' turchi con Leonisa sua innamorata, per via d'uno stranissimo accidente. In quell'infelice principio la sorte si mostra così cruda ad ambedue che, mentre sono schiavi, ella adopera contro di essi ogni sua rigidezza. S'innamorano della schiava Leonisa alcuni turchi, signori di portata, e per farsene posseditori s'uccidono l'un l'altro. Et infine ella e Ricardo si salvano, carchi e ricchi delle spoglie de' loro padroni, e si maritano insieme.

Per saperne di più: 
http://cervantes.cab.unipd.it/public/testo/testo/codice/amante_n

A PROPOSITO DEL "VALORE" DEI TRAPANESI...



Padre Benigno da Santa Caterina, Agostiniano Scalzo, vissuto negli anni 1743-1815, ricordato nelle Biografie degli uomini illustri trapanesi di Giuseppe Maria Di Ferro nella “classe dei migliori letterati”, nella sua opera manoscritta conservata nella Biblioteca Fardelliana di Trapani, suddivisa in due parti, una dedicata a Trapani Profana e una a Trapani Sacra, nella Parte Prima di Trapani Profana allo Stato presente, al capo Quinto « Del Valore di Trapani », scrive:

Una Piazza d'Arme sia quanto si voglia ben munita e fortificata , se però gli manca il Valore di chi la difende, poco o nulla è da calcolarsi. Il Valore dei Costituenti la medesima è quello, che rende la Città rinomata presso le Nazioni. Questo Coraggio d'Animo, nel far fronte all'Insidiatore Nemico è quella simpatica molla che tira a se tutti gli Uomini, per cui alcuni lo ammirano, ed altri lo temono. Al contrario di una Piazza fornita di valorosi Guerrieri, poco o nulla si stima . Ella è simile ad un Soldato tutto in apparenza ben provvisto d'arme ma senza Valore. Il Valore dunque, e non già l'ornamento del Soldato deve apprezzarsi maggiormente in una Piazza d'arme.

Or la Piazza di Trapani sempre è stata rinomata presso le Nazioni straniere. E ciò non solo , perchè presidiata in ogni tempo di valorosi Solidáti, ma moltoppiù per essere stata di tratto in tratto difesa dai suoi Naturali medesimi. Sono i Trapanesi , dice Orlandini, di sua Natura Coraggiosi, Armigeri, Audaci, Puntigliosi, e tali che nelle occorrenze non si lasciano far del torto. Sono inclinati piuttosto al generoso, che al servile, per cui mal volentieri , si danno a corteggiare ed a servire altrui.  Mostrano sempre Fedeltà ed Obbedienza ai loro sovrani, e di buona voglia mettono a rischio la Vita e tutti loro beni per difesa della Corona e del loro Sovrano.

Lo Schifalce Lilibetano parlando di Sciacca, di Mazzara, di Trapani, e di Marsala sua Patria, appellò i Trapanesi Intrepidi come può scorgersi in questi due seguenti Versi « Eschera Magnanimos generat, Cupidosque Selinis Intrepidos Trepantari; Quid Lilibita ? Pios ». Noi colla storia alle mani, e con i fatti , che di tempo in tempo sono accaduti, in diverse Epoche e sotto diversi Sovrani della Sicilia, e fuori di questa ancora, anderemo mostrando questo Valore, che in ogni evento hanno mostrato i Trapanesi. E pria di tutti:

Atenio Pastore, Uomo coraggioso, e pronto a grandi Imprese, il quale si fece Capo, ed Åutore della Guerra Contadinesca, tanto celebre in Sicilia nel tempo, che la governarono i Romani. Oppresse dal suo Padrone con diverse angarie, scosse il giogo e l'uccise. Quindi suscitando un tumulo si confederò con i Capi delle Nazioni, che in quei tempi bollivano per tutta l'Isola. Si attribuì il Nome di Re , usando purpurea Veste, Scettro di Argento, e Corona Reale. Radunò un Esercito Numeroso di Servi e di Villani li più Giovani, e Valorosi. Assaltò l'Esercito Pretoriano, e fece grandissima strage de' Soldati Romani.

Spogliò gli alloggiamenti di Servilio e di Lucullo. Agumentò il suo Esercito sino al numero di sedici mila Soldati e face tante altre prodezze degne di memoria. Durò il suo Regno anni quattro, sempre combattendo, ed assediando Terre , e Città.  Alla fine si attaccò con Aquilio Proconsole de' Ronani. D'ambe le parti si sostenne l'urto con ugual valore, e finalmente fattisi a petto i due Generali la Vittoria andò decisa con una pugna a corpo a corpo. Al principio dell'Assalto, Aquilio ricevette un colpo in testa da Atenio; ma adizzato dalle sua ferita, si lanciò con furia sopra del suo avversario, che colla botta menatagli lo stramazzò a terra, e l'uccise. E così colla Morte di Atenio terminò la Guerra Contadinesca. (Falzzello lib. 5. dec: 2 cap. 2. pag: 256. Orlandini pag: 47. Lucio Annio Floro
Epitome rerum Roman lib. 3, cap. 3. La Storia Romana de PP. Catròe Rovrille).

Nella famosa conquista della Santa Città di Gerusalemme sotto la Guida di Goffredo Buglione l'anno di Cristo 1029, tra gli altri guerrieri, che da diversi regni si conferirono a liberare la Terra Santa dal dominio dei Turchi, si segnalò pur anche la città di Trapani. Ella fu una di quelle Città che inviò i suoi valorosi guerrieri per quella Santa Impresa.  Tanto ci fa sapere Torquato Tasso nella sua Gerusalemme Conquistata stanza 69, pag 29. con quelle parole: « E Trapani, ove fu di vita spento, l'Antichissimo Anchise i suoi non cela». (Tasso Gerusalemme Conquistata Stanza 69, pag. 29,Edizione di Venezia 1627)

Errico Abate Principale Cavalier Trapanese,Visitatore Generale di questo Regno di Sicilia, e Tesoriero imperiale . Fu un uomo di gran Valore, per cui nell"anno 1256, mentre sosteneva l'Impiego di Governatore da parte del Re Manfredi nel Val di Mazzara, raccolse un Corpo considerabile di Soldati, e marciò con esse nel Val di Noto. Sosteneva in quel tempo il partito de Papalini un tal Roggieri Fimetta, quale era Governadore di Lentini. Quindi pensò farsi incontro, ed impedire il Passaggio di Errico Abbate . Venuti a sanguinoso conflitto nella Pianura della Favara, restò Errico vittorioso, ed il Fimetta venne obligato a fuggire, e rinserrarsi nella Fortezza di Lentini. Prevalendosi allora Errico della ottenuta vittoria, e dall'Aura del Re Manfredi, marciò addirittura verso Messina, per ridurre quei Cittadini all'obedienza di Manfredi. Moltoppiù, che i Palermitani, e tutte le Popolazioni del val di
Mazzara lo aveano per loro Sovrano riconosciuto. Avvicinatosi perciò in Messina , non trovò veruna opposizione da parte di quei Naturali, che anzi alzarono le Bandiere de' Svevi, ed accettarono 
pacificamente Manfredi per loro Sovrano. (Fazzello Dec 2. lib.8, cap. 3, pag. 456. Garuso part. 2, vol: I lib. 9. pag. 297.)

Palmerio Abate nobile Militare Trapanese , Uomo ricco e famoso per il suo valore: Fu uno di quelli che, con Giovanni da Procida, liberò la Sicilia dal Giogo dei Francesi. Autore del tanto noto Vespro Siciliano, che accadde l'anno 1282, tempo in cui regnava Carlo di Angiò. Questo valoroso Militare, dopo che i Siciliani chiamarono in Sicilia Pietro d'Aragona per loro Sovrano, fu Capitano di una Galea, ed abbenché picciolo di statura , pure per il suo Valore, venne eletto per uno dei cento combattenti del Re Pietro. Accadde ciò allora quando col consenso del Papa Marino, doveansi duellare nel Campo di Boredeaux, Carlo di Angiò e l'accennato Re Pietro, e così decidere la lite venne eletto Generale di cinque Galee del Re Giacomo Figlio di Pietro. Ciò fu l'anno 1285, allorché volle la Fortezza di Augusta e quella di Messina assediare. Nell'anno 1296, coronato in Palermo Fedrico II, fratello di Giacomo I, che passò al governo della Spagna, Palmerio fu mandato in Erice, affine d'imporre a quel pubblico un Regio Tributo onze 87. Finalmente combattendo sotto le mura di Catania valorosamente contro i Francesi venne ferito, e non essendogli state ben curate le piaghe , fini di vincere quando gloriosamente finì di vivere. (Fazzello, Orlandini, Caruso; Burgio)

Nell'anno 1299 accadde a Capo di Orlando una fiera Battaglia , nella quale Federico II isvenne nel vedere quasi distrutta la sua Armata dal Valore de' Catalani e de' Francesi. Erano stati portati a questo effetto in Sicilia dal Re Giacomo di lui Fratello, che gli concedeva la Corona ed il Regno. Frattanto ritornate Federico in Messina, scrisse una Lettera al Nobile Nicolò Abbate in Trapani, nella quale gli partecipava l'infausto Avvenimento, lui militando erano periti in quella Battaglia " Gratias ago Omnipotenti Deo omnium Factori. Cum in contentu tamen morte nostrorum strenuorum Militum audivi, inter quos Fridericum de Fardellis, Berardum Abbati, Corradum de Sigerio, Fabrizium Ferro, et nonnullos alios Fideles, et Familiares nostros, qui omnes cauté sepulti fuerunt in Ven, Conventu S. Francisci hujus Urbis". (Ex Archiv. Reg: Cur. stratie. Civit Messane ex Registro Vetari Sereniss, Reg. Friderci anno 1309. Fazzello Dec. 2, lib.9, Cap. 3, pag.48. Caruso.)

Nell'anno 1314. Roberto Re di Napoli, dopo aver preso Castello a Mare del Golfo , assediò la città di Trapani per mare e per terra. Era la sua Armata forte di 120 Galee, ed altrettanti Vascelli, tra Napoletani, Provenzani, Genovesi, ed un gran numero di Francesi. Fra questi vi era un Uomo Gigantesco, Valoroso e di gran coraggio, appellato Galeazzo. Costui fu il primo con alcuni suoi compagni che ebbe l'ardire di assaltare la Città ed entrare nel Fosso. Vi fece infatti un Baluardo, per così poi accostarsi alle mura a suo talento. Contro Galeazzo uscirono a combatterlo sei bravi Cittadini, e da principio cominciarono a lanciargli addosso pietre e saette, ma senza prò; perché tutti i loro colpi andavano falliti. Anzi Galeazzo, adoperando una mazza ferrata , parte di questi l'uccise, e parte li pose in fuga. Onde li Trapanesi per sottomettere un uomo così bestiale ricorsero ad uno stratagemma, e gli riuscì. Concertarono un Arpagone con lacci ed uncini di ferro, e poi glielo avventarono addosso, di sortacché, abbattuto Galeazzo da questa machina ed inviluppato tra le corde e tra gli uncini, venne tirato sopra la muraglia, ed ivi immediatamente ucciso. Il Re Roberto intesa la Morte di Galeazzo, offerì una gran quantità di denaro, per avere il di lui Cadavere. Ma li Trapanesi lo ricusarono, più prezzando la Vittoriosa preda che l'ignominoso riscatto. Ciò fu motivo, che si sospese per un anno l'assalto, ed alla fine si sciolse l'assedio. (Fazzello dec. 2, lib. 9, cap. 3, pag. 490. Nobili Tesoro Nascosto.)

Nel tempo , che regnava il Re Ludovico, Riccardo Abbate gli dona in potere la Città di Trapani, quella del Monte di S. Giuliano, Calatafimi, e molte altre Terre e Città. Per tali Prodezze e Fedeltà il Re gli accordò diversi Poderi e Privilegi. Questo Valoroso cittadino nell'anno 1325, morto che fu Ludovico, arma una Galea, e si parte affine di prestare a nome di Trapani la sua Fedeltà al Re Federico III, che si trovava in Messina. Ma la sua Galea vicino Palermo patì naufragio, ed ancorché in questa disgrazia avesse salvato la Vita con tutti i suoi Marinari, tuttavia Egli ne incontrò un altra , e fu fatto prigioniero da Chiaramontani. Liberato poi, venne ristabilito nel governo di Trapani, in dove per compensa delle sue perdite gli fu accordata dal Re una pensione di once I00 annuali.

Nell'anno poi 1359, venne chiamato da Signori Principali della Città di Salemi, acciocché da parte del Re Federico s'impossessasse del Castello, che occupavano i fazionari del Re Luigi e de' Chiaramontani. Vi andò infatti Riccardo, ed al Suo primo arrivo ebbe aperte le Porte da Principali della Città. In seguela si rese Padrone del Castello a nome del Re Federico III. Ma poi avendo li Parteggiani de' Chiaramontani, suscitato un tumulto, venne Riccardo Abbate ucciso disgraziatamente sotto Salemi unitamente a suo Figlio Errico. (Fazzello dec 12, lib. 9, cap. 3)

Morto Riccardo venne l'anno stesso surrogato nel Governo di Trapani suo Figlio Nicolò Abbate. Ma che appena posto in possesso , fu costretto a sostenere l'assedio di Federico Chiaramonte, che col suo Esercito si era conferito in Trapani ad imbloccarla. Vi perdé molto tempo Federico per guadagnare una tale Fortezza, ma questo non era boccone da così facilmente potersi inghiottire, Nicolò lo seppe bene difenderla, e valorosamente respinse il Nemico. In ricompensa di un tanto valore e coraggio ebbe Nicolò Abbate. confermata la pensione delle once 100 annuali a suo Padre Riccardo accordata. Tanto si legge nella Cancelleria Reale l'anno 1360 fogl. 433, e tanto ancora ci attesta il Fazzello dec. 2 .

Maria unica Figliuola del Re Federico succedette al Regno di Sicilia , dopo la morte di suo Padre l'anno 1378. Questa lasciata sotto la tutela di Artale di Alagona, veniva tenuta troppo ristretta , e l'Artale pensava ancora maritarla a suo beneplacito. Ciò dispiacendo grandemente a Manfredi Chiaramontano, pensò strapparcela dalle mani e liberare l'Orfana Regina dalla sua Tirannia.
Considerando dunque il Coraggio, il Valore, e la Fedeltà dei Trapanesi, pensò servirsi de' medesimi per naufragare la Real Donzella e metterla in sicuro. Quindi mentre Artale di Alagona colla sua Regia Corte, si trovava in Messina, ed il Regno era diviso in diverse Fazioni, mandò Manfredi a chiamare i Trapanesi, i quali con una Galera bene armata si portarono in Licata. Ivi imbarcata la Regina, fu condotta in Barcellona, in dove venne data per isposa al Re Martinio Figlio del Duca di Montalbano. 
Fazzello dec. 2, lib. 3, cap. 7. Maurolico, Orlaridini .

Restò di maniera affezionata l'anzidetta Regina Maria al Popolo Trapanese, ed a que' marinari, che l'aveano liberata dalla Tirannia di Artale, che già sposata col Re Martirio, e dovendo ritornare in Sicilia per mettersi in possesso del suo Regno, volle nel Porto di Trapani approdare. Accadde ciò l'anno 1386. alli I6 di Marzo. In questa vi fu magnificamente e con grande applauso ricevuta, e vi dimorò molti giorni in una Casa presso la Chiesa di S. Pietro. Concesse ai Trapanesi molte grazie , e non ebbe ritrosia di protestarsi: Che i Trapanesi a costo dal proprio sangue, gli aveano acquistato l'Isola di Sicilia.

L'anno 1492, il Re Martino si parti da Trapani, per conferirsi all'acquisto dell'Isola di Sardegna. Si era questa ribellata a suo Padre Martino Re di Aragona. In questo viaggio vollero accompagnarlo alcuni Nobili Trapanesi, i quali invasi da un estro di gloria combatterono coraggiosamente contro i ribelli di Sardegna. Superarono infatti e vinsero l'Isola, ed il Re Martino fattosene Padrone la restituì al suo Genitore. Frattanto il di Re a 13 Giugno 1409, scrisse da Cagliari un affettuosa Lettera in Trapani, nella quale pregava la Città, ed il suo Publico di conferire l' Officio di Bajolo, oggi Prefetto, in Persona di Pietro Corsi Nobile Cittadino, e molto grato ai Principi per le sue Virtù. (Orlandini pagi 34 e 49.)

Nel tempo, che regnava in Sicilia Ferdinando II Re di Spagna detto il Cattolico, fiorì Clemente Piparo Uomo Valoroso della Città di Trapani. Questo da Capitano di Fanteria, servì fedelmente la Maestà del Re nelle Guerre di Francia, di S. Quintini, di Turino, e di Parma. Fu Sargente Maggiore della Fanteria Italiana nella pericolosa Guerra dell'Isola delle Gerbe. Finalmente nell'anno 1511 fu graduato di Sargente Maggiore di Trapani sua Patria, ove glorioso se ne morì. (Nobile.)

Nell'anno 1581, i Marinari Trapanesi con Laudelli armati assalirono alcuni Vascelli Turchi di Corso. Questi si erano appiattati nelle Cale di Favignana, ed i Trapanesi se ne fecero di alcuni Padroni. 
Per una tale valorosa Impresa furono dal Viceré D. Marco Antonio Colonna esentati del dare all'Almirante Reale la Decima parte delle Prese fatte in Mare. Una tale Esenzione animò di maniera i Marinari Trapanesi, che l'anno susseguente con tredici Brigantini e Fuste assalirono nell'Africa la Terra di Monastiero e la saccheggiarono. Ma è da notarsi l'ingegno e lo Stratagemma, quale usarono: Questo fu l'acconciare di notte tempo diverse Legna nel Mare con accendervi sopra alcune lampadi. Di sortecché credendo i Turchi, esservi armata Nemica fuggirono dalla Terra, ed essi gli diedero i Sacco.

Si accrebbe di maniera il Nome de' Trapanesi, per tali valorosi cimenti, che i Turchi quando trattavano di armare Brigantini da Biserta, richiedevano da Piloti il Giuramento di non appressarsi alle Maremme di Trapani, ne infestare quelle riviere per timore di non riceverne la peggio. Arrivò a tale segno l'azzardo di questi valorosi Marinari, sino a levare le Galere del gran Turco dal Porto di Costantinopoli. Con cinque Brigantini aveano presa la Galea Bastarda di Occhiali Fartasso rinegato Calabrese, se dallo Stuolo dell' altre Galere, che venivano appresso non fossero stati sopraggiunti. Anche insino ad oggi si conserva la memoria in Trapani della Rua di Corradino, da un certo Corradino Sangerbasi Trapanese Corsaro famoso, e di spavento a tutta l'Africa.

Il Valore, il Coraggio, e la Perizia della Marina di Trapani è a tutti nota. Tali sono i Naviganti Trapanesi. Alcuni di questi sono fregiati di Patente Reale col grado di Capitano, e colla facoltà di potersi indossare l'Uniforme Militare. Tra questi non può tacersi il Famoso Martino Turri, Capitano Comandante di dodici Navi di Ludovico XIII, Re di Francia a servizio di cui all'anno 1628. Egli conquistò la Roccella di Francia Capitale del Paese d'Aunis dominata da Calvinisti sin dall'anno 1557. Ebbe Privilegio di portare nello Stemma Gentilizio i Famosi Gigli di Francia. Quindi ritrovandosi in Trapani se ne morì l'anno 1633, come costa per Lapida Sepolcrale nella Chiesa di nostra signora Maria SS.ma detta l'Incarnati.

Non devono pur anche passarsi sotto Silenzio tanti Padroni di Tatana Trapanesi, come furono un Nicolò Malate, Pietro Malato, Giuseppe Malato, Giovanni Malato, Nicolò Buscaino, Giuseppe Scichili, Francesso Adragna, e molti altri. Questi fecero delle grandi Prodezze nelle occasioni d'incontrarsi co' Bastimenti. Maomettani. Tante di queste Barche nemiche furono poste in fuga. Alcune restarono prigioniere con tutta la loro Gente, e molte gettate a fondo e sommerse. Come meglio può leggersi in tante Relazioni stampate, e pubblicate d'anno in anno nella Festa di Maria SS.ima di Trapani, come dalla di lei Protezione tali Vittorie riportate.

Giacomo Alagna Uomo virtuoso, e celebre per le tante sue maravigliose Inverizioni di Nautica. Questo Trapanese fede stupire un Mondo intiero, allorché nell'anno 1793, ritrovandosi in Castigliari di Sardegna verso la fine del mese di Decembre, nel presentarsi , che fece in quell'Isola l'armata Francese, Egli la fece da Eroe. Con soli undici pezzi di Artiglieria situati sopra alcune fracassate Torri, si difese tanto bene, che smantellò e destrusse un'intiera armata , e cosi liberò la Sardegna da quell'infetto Nemico. Ma quello che più deve notarsi, si è , che i colpi de' Cannoni furono così bene accertati, sotto la direzione del nostro Alagna , che ogni palla imboccava nella Camera del Generale dell'Armata, sino ad ammazzare un Figlio nell'atto che mangiava.

De' Trapanesi Militari poi molto si segnalano, pria di tutti un Mario Corso in Olanda per il suo Valore. Egli fu Sargente Maggiore di Palermo, Colonnello di sei Mila fanti nell'Assedio di Leiden, in dove recuperò il Forte di Quicquali. In Fiandra con un colpo di Lancia , rovesciò un Alfiere Alemano, e gli guadagnò lo Stennardo degli Eretici. Questo poi portò in Sicilia , a ne fece dono a Maria SSma di Trapani. Un Marco Fisicaro Capitari Generale della Cavalleria di Catalogna , e che poi per il suo Valore venne ricompensato ed eletto Viceré del Chile; come costa per le Patenti date in Madrid, presentate, ed autenticate nell' Officio di questo Ill. mo Senato del Città di Trapani in Sicilia a 31 del Mese di Decembre dell'anno I700. Un Ferdinando Ingrassia , che fu Maestro di Campo Generale in Sicilia per le guerre di Messina. Un Giovan Francesco di Ferro, che servendo, come Soldato 
Avventuriere il Re Filippo II, nelle Guerre di Portogallo, morì in quelle da Valoroso qual'era.

Tralasciò poi il Brigadiere D. Filippo Staiti, Governatore della Piazza di Milazzo. Di Giacomo Fardella, Capitan di Vascello, Marchese di Torre Arsa , Brigadiere ed Ispettore dell'Arsenale di Napoli. Di Friderico Fardella, Marchese di Torre Arsa, Colonnello del Regimento di Lucania. E tanti altri valorosi Eroi Trapanesi, che si fecero onore nelle Guerre servendo i Monarchi. Molti di questi saranno da Noi calendati nel Capo della Nobiltà e delle Nobili Famiglie della Città di Trapani .

Tralascio finalmente tanti altri Personaggi Insigni, che fecero onore alla Patria col suo Valore nelle Carovane della Religione di Malta , per le quali ne furono poi con diversi gradi ricompensati dalla stessa Religione, Furono questi un Fra Scipione di Ferro, che fu Avventuriero nelle Guerre di Portogallo in servizio del Re Filippo II, Indi fu il Primo Cavaliere e gran Croee della Città di Trapani in essa Religione di Malta aggregato. Si trovò presente nell'Armata Navale di D. Giovanni d'Austria nell'anno 1625, dopo di essere stato Ammiraglio della sua Religiore . Morì Priore Tirolare di Capua Città d'Italia.

Un Fra Giuseppe Nobile e Lazzara, gran Croce e gran Priore Titolare della Città di Messina. Un Fra Nicola Cavaretta, che ogni cinque anni fabricava una Galera , e che beneficò la Citta di Trapani col bellissimo Prospetto della Loggia. Un Fra Giacomo Cavarretta Nipote dell'anzidetto. Un Fra Vincenzo Riccio, un Fra Romeo Fardella, e tanti altri gran Croci, e moltissimi Commendatori, che lungo sarebbe qui riferirli. Moltoppiù, che ne faremo i appresso una più distinta menzione.

Ma che più stancarci nel riferire il Valore de' Trapanesi, se già la storia ne và piena a zeppo? In ogni età si raccontano le Prodezze di questi Eroi, tanto per Mare, quanto per Terra. Anche nello Stato Presente molti Trapanesi possiamo Noi mentovare tutti dediti all'Esercizio dell'Armi, ed al Servizio del nostro Amabilissimo Sovrano Ferdinando III Borbone Re delle due Sicilie. Ad accertarci di una tanta Verità, soggiungeremo qui appresso una Nota di Trapanesi Graduati nella Milizia, la Maggior parte de' quali sono Ceffi e comandanti.

Nota de' Militari Trapanesi graduati nell'Esercito di S.M. Siciliana Ferdinando III Borbone:
Il Brigadiere di Cavalleria D. Giovan Battista Fardella de' Marchesi di Torre Arsa, e Sovraintendente del Genio e Quartier Mastro, al presente Ministro di Guerra a lato di Milord Bentinch, Plenipotenziario Inglese di S.M. Britannica.
Il Colonnello del Regimento del Val di Mazzara D. Carlo Povrer.
Il Colonnello de' Pionieri D. Michele Burgio, Attual Comandante del Regio Castello della Città di Mazzara.
Il Tenente Colonnello di Marina e Capitan di Vascello D. Ignazio Staiti Maggiordomo di Setttimana di S.M. Siciliana , e cav. di s. Anna di
Moscovia.
Il Tenente Colonnello di Marina D. Giovan Battista Staiti de' Baroni della Chiusa.
Il Tenente Colonnello del Primo Battaglione del Regimento Quinto de' Sicoli Volontari Trapanesi D. Rocco Malato.
Il Tenente Colonnello del Secondo Battaglione del med. Regimento Quinto de' Sicoli Volontari Trapanesi Cav. D. Berardo xxv. di Ferro.
Il Sargente Maggiore con paga viva de? Volontari Sicoli del Regimento Quinto D. Nicolò Milo de' Baroni della Salina.
Il Sargente Maggiore con paga viva de' Volontari Sicoli del Regimento di Noto D. Saverio Cipponeri.
Il Sargente Maggiore con paga, viva de' Volontari Sicoli del Regimento di Milazzo il Marchese D. Giuseppe Dusmet e Cipponeri.
Il Comandante del Forte della Colombara il Tenente D. Gaspare Fardella de' Marchesi di Torre Arsa.
Il Comandante del Forte della Torre di Lignì Tenente D. Mariano Turri, Comandante di dodici Lancioni in Palermo.
Il Capitano del Porto e Molo, D. Francesco Giacalone 
Io Tenente del Regimento di Val Demone; D. Ignazio Nobile.
L'Alfiere del Reggimento de' Sanniti; D. Francesco Verdirame de' Baroni 
delle tre Fontane.
L'Alfiere del Regimento degli Esteri, D, Marcello de Blasi de Baroni del Grano.
L'Alfiere della Piazza aggiumtante D. Giacomo di Giorgi.
L'Alfiere della medesima Piazza di Trapani ed agiuntante D. Geronimo Daidone
E questi tutti, oltre alli altri Capitani, Tenenti, Alfieri e Bassi Offiziali del Regimento Quinto de' Sicoli Volontarj Trapanesi e di tanti altri Cadetti Nobili Volontarj impiegati a servizio di S.M. negli altri Regimenti, quali non son pochi.

IL CULTO DELLA MADONNA DI TRAPANI


Diffusione del culto della Madonna di Trapani

La riproduzione della Madonna di Trapani a Palermo, realizzata da Antonello Gagini nel XVI sec.

Il culto di Maria S.S. di Trapani si diffuse rapidamente in molte parti della Sicilia, in Sardegna, in Tunisia, dove è conosciuta come Notre Dame de Trapani, nell’Occidente tutto fino alle lontane Americhe.

Il gesuita tedesco Wilhelm Gumppenberg racconta che nel ‘500 in città c’erano una quarantina di botteghe che producevano ogni anno ben 5000 copie della famosa statua da dedicare all’esportazione. 
Erano esemplari in madreperla, corallo, alabastro e avorio lavorati con maestria. 
Due copie si trovano ancora oggi al Louvre di Parigi nella sezione dedicata alla scultura rinascimentale. E un grande dipinto della Madonna si trova nella cappella principale del Monastero de Las Descalzas Reales di Madrid, fondato dall’infanta Giovanna, figlia di Carlo V d’Asburgo, il quale, ricordiamolo, passò da Trapani dopo aver sconfitto la flotta turca.

In foto possiamo ammirare la Cappela e la Statua raffigurante la Madonna di Trapani realizzate da Antonello Gagini nel XVI sec. nella chiesa di San Giuseppe dei Teatini a Palermo.

La Chiesa sorge, nel centro storico di Palermo, in una posizione privilegiata collocata in uno dei Quattro Canti, piazza Vigliena, Ottagono del Sole o ancora Teatro del Sole, quali sono le diverse denominazioni della piazza ottagonale all’incrocio dei due principali assi viari di Palermo, via Maqueda e il Cassaro, oggi Via Vittorio Emanuele.

Antonello Gagini visse prevalentemente a Palermo fra il 1478 ed il 1536. 
In molti luoghi della Sicilia ci sono opere sue o della sua fiorente bottega. Ma sculture a lui riferibili sono anche in Calabria e talora in musei stranieri. Alcuni dei suoi lavori più significativi sono nel museo di palazzo Abatellis a Palermo ovvero presso la galleria di palazzo Bellomo a Siracusa, presso il Museo Salinas di Palermo ecc. e nelle chiese più prestigiose dei centri storici della Sicilia. La sua opera più imponente fu una grande tribuna per la Cattedrale di Palermo che purtroppo fu smantellata alla fine del XVIII secolo.


Processione della Madonna di Trapani del 1735 - Ignoto, sec. XVIII
(Dipinto custodito presso il museo regionale Conte A. Pepoli di Trapani)

Nel libro “ Trapani nella vita civile e religiosa“ di Mario Serraino, l’autore ci racconta della particolare devozione dei trapanesi verso il simulacro della Madonna: Orgoglio della città ,che lo possiede e su cui Esso ha voluto distendere la Sua protezione, conforto e speranza del popolo beneficato dagli innumerevoli miracoli, tesoro infinito di natura, il Simulacro della Madonna di Trapani appare soffuso di luce arcana agli occhi dei numerosi pellegrini e dei ferventi devoti, che a Lui ricorrono per ottenere grazie e protezione. [....]

E talmente degno di rilievo il Culto dei trapanesi verso Maria SS. di Trapani, che esso è valso a procurare in favore di Essa la devozione di Re, Vicerè, Principi ed alti Dignitari:
da Federico II d'Aragona a Francesco I, a Ferdinando II di Borbone, a Don Giovanni d'Austria, a numerosi Cardinali e Vescovi. [....]

La Madonna di Trapani divenne presto la protettrice della città, ed i cittadini, devotissimi, ricorsero spesso al Suo patrocinio per essere liberati dalle pubbliche calamità. Nelle pestilenze, nei terremoti, nelle guerre, il popolo ricorse alla sua Madonna e volle trasportarla dentro le mura di cinta per essere protetto ed averla vicina. I solenni trasporti del Simulacro videro largo concorso popolare e si effettuarono anche per celebrare grandi avvenimenti.

Secondo quanto registrano le cronache, il più antico trasporto della statua avvenne l’11 ottobre del 1527, in occasione dell’assedio da parte della flotta francese; la sacra Immagine fu collocata nell’ex chiesa di Maria 88. della Luce, già S. Giuliano.

Il 5 agosto 1534, avvenne il secondo trasporto per liberare la città dalle scorrerie del famigerato corsaro Ariadeno. Nel 1544 venne ancora rimossa la statua dal Tempio della Annunziata e portata in città, per proteggere Trapani dalle offese del pirata Dragut. L’assedio delle navi saracene indusse ancora una volta il popolo a riportare, il 10 maggio 1563, l'immagine della Vergine e collocarla nell'ex chiesa di S. Giovanni. Appena un anno dopo, nel 1564, saccheggiando i Turchi le città rivierasche della Sicilia, per la quinta volta la Madonna venne trasportata e collocata nella chiesa di S. Nicola.
Nel 1576 il Simulacro venne trasportato nella chiesa di S. Pietro, per liberare la città dal fierissimo contagio della peste.

La Madonna tornò a Trapani nel 1602 per la siccità che affliggeva le campagne, e, nel XVII secolo, ben altre otto volte ritornò dentro le mura della Sua città: nel 1614, per la minaccia dei turchi; nel 1615, per timore di invasione mussulmana; nel 1622, per una nuova grave siccità; nel 1624, in occasione della peste; nel 1636, per timore di invasione saracena; nel 1646, per carestia; nel 1654, per timore dello sbarco dell’armata francese; ed infine nel 1685, per la presenza di alcune navi saracene nello specchio d'acqua del nostro porto.

Il 16“ trasporto si registrò nel 1718, in seguito alla cessione della Sicilia a Vittorio Amedeo di Savoia; il Conte Campioni, comandante la piazzaforte di Trapani contro le forze spagnole, che cercavano con la forza di opporre resistenza, fece trasportare in città la Madonna ed, essendo riuscito a vincere il nemico, donò alla Vergine le chiavi d'oro della città.

Nel 1734 (1733 secondo lo studioso Salvatore Accardi), ricorrendo il millenario della statua, avvenne il 17° trasporto, mentre Trapani era di nuovo bloccata dagli Spagnoli, ansiosi di riconquistare l'Isola.
Nel 1820 scoppiar0no a Palermo i primi moti rivoluzionari ed i trapanesi riportarono il Simulacro della Vergine in città, per allontanare l'inumana strage. Ritorno la Madonna, per la diciannovesima volta, nel 1837, al fine di allontanare dalla città il terribile morbo del colera asiatico. Nel 1849, restaurato in Sicilia il Governo borbonico, la Madonna venne trasportata nella chiesa del Carmine e vi rimase fino al 1851.

Nel secolo attuale, infine, si registrano altri cinque trasporti della Vergine:
Il 13 agosto 1920 in Cattedrale, per celebrare la vittoria delle armi italiane nella guerra. 1915-18;
Il 10 agosto 1935 in Cattedrale, in occasione della seconda solenne Incoronazione;
L’11 agosto 1947 in Cattedrale, per la cessazione della seconda guerra mondiale;
Il 10 agosto 1950 in Cattedrale, per il Giubileo dell'Anno Santo;
11 31 luglio 1954 in Cattedrale, in occasione dell’Anno Mariano; è stato questo il 25° trasporto in ordine cronologico, fino ad oggi.

LA STORIA DEL CORALLO DI TRAPANI



La storia del corallo trapanese ha origini molto lontane e già nel secolo XII il più famoso dei geografi arabi Al-Idrisi, autore di celebri resoconti di viaggio e di mappe geografiche, nella sua opera, il cosiddetto Libro di Ruggero, descrivendo la città di Trapani, magnificava la pregiata qualità del rosso corallo trapanese.

Trapani, città di antica fondazione, è situata sul mare che la circonda da ogni lato. [….] in esso la pesca è abbondante e superiore al fabbisogno; vi si pescano grossi tonni usando grandi reti e una pregiata qualità di corallo; proprio davanti la porta della città si trova una salina”.
(Al Idrisi – geografo arabo, 1154)

Spetta ai Trapanesi la gloria di avere iniziato per primi a lavorare il corallo, e fu proprio un trapanese Antonio Ciminello, vissuto nel '500, l'inventore dell’ingegnoso strumento, che, a guisa di scalpelletto, servi per intagliare e scolpire il corallo: il cosiddetto «bulino». La pratica della raccolta del corallo, risulta segnalata nel mare di Trapani in epoca anteriore al XV, quale oggetto di appositi Privilegi che troviamo nei "Capitoli delle grazie e dei privilegi del 1418"

Nel 1354, gli scultori trapanesi, chiamati in Spagna, invadono Barcellona, che per merito loro diventa il più potente cantiere corallaio dell’Occidente. Da questo momento si scatena una lotta tra Barcellona e Genova che durerà quasi due secoli dopo i quali cadono i primati delle due città per vedere assurgere quello di Trapani solamente. Un’altra emigrazione avrà poi luogo da Trapani a Firenze nel XV secolo. Lorenzo il Magnifico vuole alla sua corte artisti d’ogni campo ed ecco che son chiamati i corallai di Trapani.

Ad attivare però una vera e propria industria locale fu la scoperta di numerosi banchi di corallo avvenute tra il 1416 e il 1418 nel mare di Trapani e nel 1439 nei pressi di San Vito Lo Capo, che determinarono addirittura l’immigrazione da numerose famiglie di religione ebraica, provenienti dal Maghreb che contribuirono alla lavorazione e alla commercializzazione del corallo che sarebbe poi finito sui mercati di tutta Italia. Il ruolo degli ebrei in quest’arte proseguì anche dopo la loro espulsione nel 1492 grazie ad alcuni esponenti della comunità convertitisi al cristianesimo i quali restarono a lavorare in Sicilia.

Allorché nel sec. XVI Antonio Ciminello inventa il bulino, fioriscono le opere d’arte che pochi conoscono, ma che brillano di luce eterna al Prado di Madrid, in Vaticano, nel Bavarese di Monaco, all’Ambrosiana di Milano, agli Argenti di Firenze, al Nazionale di Napoli, al Pepoli di Trapani. 
Per citarne alcuni: la montagna di corallo, presepe composto di 80 personaggi e 120 animali, commesso a maestri corallai trapanesi dal Senato di Palermo e offerto a Filippo IÌ di Spagna; un tempietto greco, ordinato dallo stesso Senato e offerto ad Urbano VIII nel 1631, con al centro le sante di Sicilia (Oliva, Lucia, Agata, Rosalia, Ninfa) e i pontefici Agatone e Sergio, con molti angeli e ornamenti d’oro e di smalto.

Inoltre un crocifisso di straordinaria grandezza, opera di fra’ Matteo Baviera, francescano, corallaro di grande espressività vissuto nella prima metà del XVII, conservato nel museo regionale Conte Agostino Pepoli di Trapani. Tra gli artisti piú grandi che meritano di essere citati, segnaliamo, oltre ad Antonio Ciminello: Giuseppe, Andrea ed Alberto Tipa, Ignazio major, Antonio e Ignazio minor Tardia, Giovanni Abate, Carlo e Leonardo Guida, Baldassare e Giovanni Pizzitola.

Nel 1541 si pescarono e lavorarono 200 cantari (q. 1600) e il ricavato dalla sola vendita del grezzo fu di 60.000 scudi. Molte famiglie trassero le loro fortune dalla pesca e dalla lavorazione del corallo in Trapani, ma l’emigrazione in Spagna, l’esodo degli artisti trapanesi a Torre ‘del Greco, Livorno e Genova, il declinar della moda e della superstizione del corallo, chiusero le poche botteghe rimaste ancora in piedi a Trapani.  Le 4 fabbriche del 1500 sono diventate 36 nel sec. XVII, 22 nel sec. XVIII, 8 nel 1880; oggi esistono ancora delle fabbriche in Italia, a Torre del Greco, a Livorno, a Genova, ma la pesca si è estesa al Giappone, che pesca ed esporta anche in Italia.


In foto, il presepe, proveniente dalla Collezione Hernandez, è databile agli inizi del XVIII. Montato su una base di rame dorato, ha per scenografia un'architettura in legno, rivestita da lamina di rame con inserti di corallo, usati per formare plinti, colonne, bugne e archi. Il tutto è ricoperto da una fitta vegetazione di foglie e fiori che si inserisce fra le strutture dell'edificio in rovina.






(Museo Interdisciplinare Regionale “A. Pepoli” di Trapani)