22 nov 2016

UN CODICE ARABO IN CARATTERI EBRAICI NELLA TRAPANI DEL 1200



La scoperta del Codice arabo in caratteri ebraici scritto a Trapani nel 1200. Fino a qualche anno fa si conoscevano soltanto due grandi enciclopedie mediche arabe scritte nel medioevo, poi tradotte in latino ed ebraico: In primo luogo l'opera conosciuta in latino come il «Liber Continens» di Rhazes (Abū Bakr Muhammad b. Zakariya al-Razi, 865–925) scritto all'inizio del X secolo, tradotto in latino da Faraj ben Sālim da Agrigento sulla copia offerta dal sultano hafside al-Mustansir a Carlo I d’Angiò (1226-1285).

L'altra è l'opera, che circolava in Sicilia come in ogni dove, conosciuta come «Il Canone di medicina» di Avicènna, nome col quale è noto in Occidente il filosofo e medico musulmano Abū ῾Alī Ibn Sīnā (980-1037), di stirpe iranica. Un testo che, suddiviso in cinque libri, è tradotto in ebraico (libri II-V) da Natan ha-Meÿati (1279), e probabilmente rappresenta il più famoso testo di medicina della storia.

All’appello mancava "Il libro completo dell'arte medica" di Haly Abbas (‘Alī ibn al-Abbās al-Majūsī), noto anche come al-Kitāb al-malakī, ossia "Libro Regio", in latino Liber Regalis, perché composto in onore del principe (in arabo malik) buyide 'Adud al-Dawla. Questa lacuna ora puo essere colmata grazie alla scoperta dello storico Giuseppe Mandalà, che nella Biblioteca Apostolica Vaticana ha trovato un manoscritto in pergamena e carta senza filigrana, scritto in grafia semicorsiva sefardita in inchiostro marrone che consta di 202 ff : il Vaticano ebraico 358.

Il manoscritto include i capitoli VI-X della prima parte del "Libro completo dell'arte medica" di Haly Abbas, che come scrive il Mandalà nel suo lavoro "Un codice arabo in caratteri ebraici dalla Trapani degli Abbate", è un’opera suddivisa in una parte teorica e una pratica, entrambe in dieci libri. Del testo arabo esistono anche una versione in ebraico e quattro traslitterazioni parziali in lettere ebraiche di cui il manoscritto Vaticano ebr. 358 è il testimone più antico.

Il Vaticano ebraico 358 fa parte del più antico nucleo di codici «giudeo-arabi» di Sicilia confluito nelle raccolte vaticane (e ivi presente sin dal xvi secolo), ossia un gruppo di manoscritti esplicitamente copiati nell’isola e/o precedentemente appartenuti ad ebrei/conversi siciliani, quali Guglielmo Raimondo Moncada alias Flavio Mitridate o Antonio Flammino Biaxander, solo per citare i più noti.

Il manoscritto nel «colophon», termine con cui viene indicata la formula posta in fine ai libri dai primordî della stampa ai primi anni del sec. XVI; conteneva, generalmente, il nome dello stampatore, il luogo e la data di stampa e, spesso, altre notizie inerenti alla pubblicazione del libro, reca scritto quanto segue:

Colophon (f. 202r, ll. 20-24; fig. 2)

20 תמת אלמקאלהֺׁ אלעאשרהֺׁ מן כתאב אלמאלכי יום אלכמיס
פי כֺוֺ 21 יום מן שהר אדר סנה הגֹןֹ ללכֹליקהֺׁ בטראבנש אלראתבה עלי
22 שאטי אלבחר פאנסכֺתה מן אלערבי אלי אלעבראני ואלחמד ללה
23 רב אלעאלמין. והו בכֹט יד צאחב אלתאליף 24 והדֹא אלתאליף ללחכים
סבאת ולד אלחכים עטיא רחמהُ אללה.

Traduzione

È terminato il decimo capitolo de Il libro regale [kitāb al-mālakī]
giovedì 26 del mese di adar dell’anno 5053 della creazione [13 marzo 1293] in Trapani situata sulla riva del mare, e lo ho traslato dall’arabo all’ebraico, grazie a Dio signore degli universi, ed esso [scil. il codice] è di mano del proprietario della copia, e questa copia appartiene al medico Sabbāt figlio del medico 'Atiyyā, che Dio abbia misericordia di lui.

Il colophon ci indica inequivocabilmente che il codice è stato copiato a Trapani, città menzionata col suo nome di forma araba Trābaniš .

Come attesta lo stesso Mandalà, «il Vaticano ebr. 358 è uno straordinario testimone della circolazione del sapere medico arabo-islamico tra gli esponenti della comunità ebraica trapanese. Questa circolazione si inserisce nel quadro della più vasta eredità arabofona degli ebrei dell’isola, ma si giustifica anche in virtù della vocazione geopolitica di Trapani, aperta alla vicina costa africana e al mondo arabo-islamico in generale».

Per quanto riguarda la presenza ebraica a Trapani, occorre precisare, continua Mandalà, «che durante il XII secolo la città è menzionata sia nelle lettere della Ghenizà del Cairo sia nell’itinerario di Beniamino da Tudela (che riporta un chiaro arabismo nell’indicare il nome locale del corallo: al-murgān). Durante l’età normanna e sveva gli statuti della città attestano una promiscuità giuridica, e di conseguenza anche una contiguità di vita civile e religiosa, tra ebrei e cristiani; difatti il legislatore vieta esplicitamente agli esponenti di uno dei due gruppi di testimoniare contro gli altri («Iudaei adversus Christianos nec Christiani adversus Iudaeos in testimonium admittuntur»). Per la seconda metà del XIII secolo qualche lume proviene dalla perduta cancelleria angioina e dal registro del notaio ericino Giovanni Maiorana, che tuttavia ha il suo focus sul vicino centro di Monte San Giuliano/Erice, ma soprattutto dalla cancelleria aragonese. Difatti sappiamo che qualche mese dopo la copia del nostro codice vaticano, Giacomo d’Aragona nomina sichus e magister legis della universitas trapanese un altro medico ebreo, tale magister Aquacus (29 settembre 1293).

Se la Trapani del Due e Trecento è la città degli Abbate, senza dubbio quella del Quattrocento è la città dei Sala, un’importante dinastia di ebrei trapanesi attivi nei commerci mediterranei, che all’occorrenza rivestono il ruolo di ambasciatori nella vicina sponda africana al servizio dei Martini.

Quanto alla vita culturale della Trapani quattrocentesca Eliyahu Ashtor deprecava, a torto, il basso livello di cultura ebraica della città e aggiungeva che «these people [scil. rich Jews] could support Jewish scholars and render it possible for them to pursue their activities of studying, teaching and writing books». Lo studioso constatava inoltre che nonostante gli atti dei notai menzionino libri appartenuti ad ebrei trapanesi, vano risultava lo spoglio dei cataloghi di manoscritti alla ricerca di codici composti o copiati a Trapani.

Tuttavia questo giudizio, alquanto affrettato, può essere rivisitato grazie al presente codice, ma anche in virtù delle indagini archivistiche condotte da Angela Scandaliato; ad esempio sappiamo di un copista, Machalufo Chilfa figlio di Xalomo, attivo a Trapani nella seconda metà del xv secolo.
Per quel che concerne l’arte medica anche a Trapani affiora la presenza di qualche medico che ha lasciato traccia delle sue attività nei documenti d’archivio. Come recentemente notato da Shlomo Simonsohn, nella Sicilia ebraica è presente un insolito numero di medici, un’arte che doveva essere ben radicata attraverso pubbliche licenze e una trasmissione all’interno della sfera familiare».

L'opera senza dubbio oltre a rappresentare un importante riferimento medico- scientifico dell'epoca, testimonia la vocazione geopolitica di Trapani, posta al centro del mediterraneo e aperta alla vicina costa africana e al mondo arabo-islamico in generale.

Per il testo: 
Un codice arabo in caratteri ebraici dalla Trapani degli Abbate di Giuseppe Mandalà

Per saperne di più: 
http://sefarad.revistas.csic.es/index.php/sefarad/article/viewFile/631/734

STORIA E ORIGINI DELLE SALINE TRAPANESI


La storia delle saline trapanesi è antichissima... Il clima ventilato, caldo e afoso ha determinato condizioni ottimali per il fiorire di un’attività che, nell’attuale circondario di Trapani, Paceco e Marsala, dura da trenta secoli.

Vennero impiantate in questa parte della Sicilia occidentale probabilmente dai Fenici che a Mozia avevano una loro importante colonia. Infatti, i Fenici, oltre che abili naviganti e commercianti di beni preziosi erano anche tra i più importanti produttori e distributori di sale del loro tempo e con ogni probabilità, per buona parte del primo millennio a. C. essi ebbero quasi il monopolio dell’oro bianco, ritenuto indispensabile sia come integratore alimentare sia nei processi di conservazione del pescato e delle carni o della concia delle pelli.

La prima testimonianza scritta sull'esistenza delle saline si ha, dopo la conquista romana della Sicilia nel 241 a.c., negli scritti di Plinio il Vecchio, che è l’unico autore latino e citare le Saline, senza tuttavia specificare il luogo. Per avere notizie certe sulle saline di Trapani bisogna però attendere l'anno mille, quando nel 1154 il più famoso dei geografi arabi Al-Idrisi, autore di celebri resoconti di viaggio e di mappe geografiche, nella sua opera, il cosiddetto Libro di Ruggero, descrivendo la città di Trapani, così scrive:  Trapani, città di antica fondazione, è situata sul mare che la circonda da ogni lato. [….] in esso la pesca è abbondante e superiore al fabbisogno; vi si pescano grossi tonni usando grandi reti e una pregiata qualità di corallo; proprio davanti la porta della città si trova una salina”.

Come scrive Maria Manuguerra, nel suo libro « Saline e Salinari »:  Con l‘avvento degli Svevi, l‘economia siciliana conobbe un periodo di notevole prosperità, dovuta all'impulso che soprattutto Federico II diede ai commerci e agli scambi con gli altri paesi del Mediterraneo. Nel 1281 il sovrano avevo, con le Costituzione di Melfi, rendeva le saline trapanesi monopolio della corona, esse purtroppo vennero penalizzate poichè dopo tale provvedimento il prezzo del sale aumentò di sei volte rispetto a quello di prima e ne risultò più difficile la vendita. Sotto la dominazione aragonese, alla città di Trapani furono concessi dei privilegi. Il Trasselli dice che questi non furono «il frutto né di un benevolo capriccio di un sovrano, ne di una capricciosa richiesta», bensì dipesero da una situazione economica che vedeva il porto di Trapani tra i più fiorenti dell‘isola, anche a causa del notevole sviluppo del commercio del sale.

Ne è conferma il grande movimento migratorio che si riverso su Trapani dalle città limitrofe e persino da Messina. Vennero i De Naso e i Fardella, famiglie che negli anni successivi ebbero un ruolo preminente nelle attività politiche ed economiche della città. Vennero dalla Spagna diversi mercanti, ai quali il re d'Aragona, a saldo dei debiti personali, aveva concesso una posizione privilegiata nell'isola: tra questi ricordiamo Giovanni Roiq di Barcellona, Francesco de Milo, Antonuccio de Anselmo, Valerio Merana e Tolomeo Piede, che impiantarono delle saline che ancora oggi conservano i nomi dei loro primi proprietari.

Nel 1346 i re Alfonso e Ferdinando d’Aragona firmarono il primo atto di concessione per lo sfruttamento delle saline a un privato, il medico Roberto de Naso per essersi impegnato attivamente nella battaglia contro un’epidemia di peste che infuriò in quel periodo, il quale ricevette in feudo la Salina Grande. Dal 1440 le saline di Trapani furono date in gabella e ciò consentì la nascita sul litorale trapanese di un numero elevato di saline, che si legò indissolubilmente allo sviluppo del porto di Trapani da cui partivano per le rotte europee le navi cariche del prezioso elemento.

Con lo sviluppo economico Trapani acquistò anche un nuovo volto, venne costruito il nuovo Ospedale Sant' Antonio e la città si ampliò di nuove costruzioni. Il porto, divenuto tappa obbligata per le navi che provenivano dall’Africa o del Mediterraneo orientale, contribuì a sviluppare i traffici e a far crescere il benessere dei suoi operatori. Le tecniche di coltivazione e raccolta rimasero immutate nel corso dei secoli, solo alla fine del Settecento i mulini a vento furono utilizzati anche per la macinazione oltre che per il tradizionale sollevamento delle acque marine mediante una grossa "vite di Archimede".

Per saperne di più:
http://www.trapaninostra.it/libri/Maria_Manuguerra/Saline_e_Salinari/Saline_e_Salinari_di_Maria_Manuguerra-02.pdf

6 nov 2016

ORIGINI DELLA LINGUA SICILIANA



Risalire alle origini, ripercorrendo la storia di una lingua, è impresa assai ardua e, il più delle volte, non si riuscirà a uscir fuori dal campo delle ipotesi. Tra le poche cose certe, possiamo dire senz’altro che la Lingua Siciliana è una lingua che appartiene alla grande famiglia delle lingue indo-europee e che negli ultimi nove secoli, nonostante mai sia divenuta “lingua di stato”, è stata usata con estrema continuità dal popolo siciliano.

Le ipotesi 
Nel corso degli anni sono state molteplici le ipotesi che gli studiosi hanno formulato circa l’origine e l’evoluzione della Lingua Siciliana. Quelle che, per vari motivi, ci sembrano essere degne di attenzione e che noi, per opportunità, semplificheremo, sono le seguenti: Siciliano come lingua pre-esistente al Latino; Siciliano come lingua derivata dal Latino in tempi antichissimi, prossimi alla conquista romana dell’isola; Siciliano come lingua neo-latina o romanza; Siciliano come lingua sorta in seguito a un processo di neo-romanizzazione dopo la cacciata degli arabi.

Siciliano: lingua pre-esistente alla Lingua Latina 
Secondo tale ipotesi, la Lingua Siciliana sarebbe stata parlata dalla maggior parte della popolazione dell’isola ben prima della conquista della stessa da parte dei Romani. Sarebbe una specie di evoluzione della Lingua Sicula e, attraverso processi evolutivi successivi di scarsa consistenza, si sarebbe trasmessa con continuità sino ai nostri giorni. Tale ipotesi è stata sostenuta con forza nell’800 da molti patrioti siciliani. Il Perez sostiene che “Il fondo indelebile del dialetto siciliano e le sue più essenziali caratteristiche sono dovuti a quei popoli di razza antichissima italiana passati in Sicilia avanti la fondazione di Roma”.
Questa ipotesi va spesso di pari passo con quella che vuole le lingue così dette “romanze” generatesi non dal latino, bensì da parlate più antiche dalle quali lo stesso latino si generò, diventando la lingua colta ma mai soppiantando nel popolo i vari idiomi a esso precedenti.

Lingua derivata dal Latino poco dopo la conquista romana dell’isola
Questa ipotesi considera la Lingua Siciliana come lingua neo-latina ma prospetta, a differenza di quanto normalmente ritenuto per le altre lingue neo-latine, che il processo di passaggio dal Latino al Siciliano si sia completato non nel Medio Evo, bensì circa mille anni prima. Dopo la conquista romana della Sicilia il Latino avrebbe preso l’avvento sulle altre lingue e, parlato nelle bocche dei Siciliani, sarebbe diventato Siciliano; un Siciliano non molto dissimile da quello di oggi.

Lingua neo-latina al pari dell’Italiano
La Lingua Siciliana viene considerata una lingua romanza al pari dell’Italiano, del Francese, dello Spagnolo, del Portoghese, del Rumeno, del Catalano e di tutti quei dialetti o lingue (anche estinte) che sono derivate dal passaggio progressivo dal Latino a una lingua “volgare”, completatosi nelle linee più importanti intorno al periodo medioevale.

Lingua formatasi dopo la cacciata degli arabi per un processo di neo-romanizzazione
Secondo questa ipotesi, formulata dal noto studioso tedesco Rohlfs intorno agli anni ’30 del secolo scorso, durante la dominazione musulmana l’arabo divenne la lingua del popolo siciliano, avendo soppiantato il latino, con l’eccezione della parte nord-orientale, dove si sarebbe continuato a parlare il greco. Tale teoria, che sin dal primo momento non ricevette molto credito dagli studiosi, prendeva spunto dal fatto che il Siciliano (comprendente anche il dialetto della Calabria meridionale), a livello lessicale, appariva, agli occhi del Rohlfs, come il più moderno tra i dialetti meridionali “mancando del tutto di un fondo latino antico”(il Siciliano, rispetto agli altri idiomi meridionali, ha badagghiàri invece che “alàre” – lat. HALARE – ; testainvece di “capa” – lat. CAPUT – ; dumàni invece che “crai” – lat. CRAS – ; etc.). Da quì la deduzione che vi fosse stata una brusca interruzione della latinità in Sicilia a causa della dominazione araba e che il Siciliano fosse sorto non da un processo evolutivo continuo della lingua latina iniziatosi ai tempi della conquista dell’isola, bensì da un nuovo processo di romanizzazione cominciato in epoca normanna.
In seguito il Rohlfs ridimensionò notevolmente la portata delle sue affermazioni, attribuendole alla “ingenuità che è particolare alla vivezza giovanile”.

Cosa è verosimilmente accaduto
Ogni ipotesi così semplificata sopravvaluta un aspetto rispetto agli altri. L’opinione corrente è, comunque, più prossima alla terza ipotesi, arricchita da alcuni concetti moderni.
Innanzitutto bisogna aver chiaro il moderno concetto di lingua come qualcosa di non statico; la Lingua Siciliana, così come la maggior parte delle lingue attualmente parlate, è stata ed è una lingua in continua evoluzione alla quale hanno contribuito (e contribuiranno), in misura più o meno rilevante, una serie di idiomi parlati dalle popolazioni indigene e conquistatrici (in senso lato, quindi anche a livello di influsso culturale esterno, come quello esercitato attualmente nel mondo dalla Lingua Inglese). In particolare si ritiene che l’influsso maggiore alla formazione del Siciliano sia arrivato dalla Lingua Latina nel senso che la stessa sia addirittura da ritenersi come base per il Siciliano stesso in quanto, con processo lento, si impose nell’isola ai precedenti idiomi che, però, contribuirono alla formazione della varietà regionale di Latino Volgare che, con un altrettanto lento processo, avrebbe portato, nell’età medioevale, a un idioma ormai distinto dal Latino, appunto, il Siciliano.

Quale Latino arrivò in Sicilia ?
Bisogna innanzitutto considerare che non esiste un solo Latino. Il latino che abbiamo studiato a scuola presenta delle caratteristiche particolari: innazitutto è un Latino dell’età classica; e poi, è un Latino da “gente colta” e, per di più, scritto. Ma il Latino: a) come qualsiasi lingua, ha subito una evoluzione, dei cambiamenti, nel corso degli anni; b) parlato dal popolo, doveva essere abbastanza diverso da quello usato dagli uomini di cultura; c) nella sua forma scritta, doveva differire non poco da quella parlata; d) si differenziava anche a seconda del territorio. D’altronde possiamo facilmente comprendere tali differenze se pensiamo a quelle che esistono tra l’Italiano del 1700 e quello attuale; tra l’Italiano che ascoltiamo nei convegni culturali e quello che possiamo captare in un quartiere popolare (sempre che non sia dialetto …); tra l’italiano che noi stessi parliamo in famiglia o con gli amici e quello che leggiamo sui libri; tra l’italiano di Lombardia e l’italiano di Sicilia.
Il Latino che arrivò in Sicilia in seguito alla conquista romana, vi arrivò con un processo senz’altro lento e lungo. Si potrebbe affermare che il processo di latinizzazione dell’isola fu, all’inizio, molto più lento e articolato di quanto non sia avvenuto nella maggior parte dell’Italia peninsulare.

Sostrato linguistico del Latino in Sicilia
Quando si impara una lingua straniera (tale sarà stato lo status del Latino all’inizio della colonizzazione romana della Sicilia) si tende a introdurre in essa dei tratti tipici della propria lingua madre; ciò porta a un cambiamento parziale dei suoni, del lessico e della grammatica. Tale processo è in gran parte all’origine e spiega la maggior parte delle divergenze tra le varietà di latino parlate nelle diverse provincie dell’Impero Romano che poi avrebbero dato luogo alle diverse lingue romanze, a causa anche di influssi posteriormente pervenuti, soprattutto in seguito ad invasioni di popoli parlanti altri idiomi (superstrato). A tal proposito risulta interessante, innanzitutto, analizzare quali popolazioni e quali relativi idiomi (sostrato linguistico) erano presenti o erano stati presenti nell’isola prima della conquista romana.

Partendo dai tempi remoti, possiamo dire, attenendoci alle fonti storiche, che i primi idiomi parlati in Sicilia sarebbero stati il Sicano, il Siculo e l’Elimo; furono questi i primi popoli che, all’alba della storia, abitarono l’isola. A quanto pare il Sicano e l’Elimo, di cui si sa ben poco, non erano idiomi indo-europei, anche se la questione a tal proposito è molto controversa. Il Siculo, invece, era una lingua di origine indo-europea, molto imparentato con il latino, come traspare dalla più lunga iscrizione in Siculo, risalente al V sec. a. C., trovata a Centuripe in un askos (vaso schiacciato), oggi conservato al museo archeologico di Karlsruhe (Germania), o dalla famosissima iscrizione incisa su un blocco di arenaria murato sul lato est del vano di ingresso della porta urbica meridionale della città di Mendolito e disposto in due righe ad andamento, anche questo, sinistroso (è l’unica epigrafe sicula di natura pubblica finora conosciuta, il cui testo è ancora di controversa interpretazione e databile alla seconda metà del VI sec. a.C).

Ben presto (1000 a.C. circa) nell’isola (costa occidentale) si parlò anche il Fenicio, lingua semitica, anche se la presenza fenicia in Sicilia ebbe sempre carattere sporadico di insediamento commerciale limitato più che di vera e propria conquista di territori estesi. Comunque, intorno al 400 a.C., l’arrivo nell’isola dei Cartaginesi dovette ridare un certo vigore alle parlate semitiche.
In seguito, a cominciare dall’anno 735 a.C., data di fondazione di Naxos, la prima colonia greca in Sicilia secondo Tucidide, si introdusse nell’isola anche la lingua Greca con la venuta di genti dapprima dall’Eubea (Calcidesi, quindi, di stirpe ionica), poi da altre parti della Grecia (soprattutto genti di stirpe dorica) che si stanziarono principalmente sulle zone costiere della parte orientale.
E’ questa la situazione linguistica che troveranno i Latini al momento della loro conquista della Sicilia, cominciata nell’anno 264 a.C. e giunta a termine nel 241 a.C.



Influenza delle lingue di sostrato sul Latino di Sicilia
Escludendo gli influssi della lingua Greca (notevoli, anche se rimane difficile da stabilire quali provenienti da un’epoca pre-romana) e premettendo che, ancor più che altrove, in questo campo si può null’altro fare se non ipotizzare partendo da pochissimi dati certi, ci si può azzardare a dire che:
– la pronuncia cacuminale (lingua contro il palato anziché contro i denti) degli antichi gruppi in -ll- passati a –dd– in Siciliano, e quella dei gruppi str e tr
– la forte palatizzazione del tipo chiù e del tipo xiuri
siano dovute ad un influsso delle lingue mediterranee non indo-europee.
Sul piano lessicale si può ipotizzare che i seguenti termini rappresentino un’eredità del sostrato mediterraneo: alàstra (calicotome infesta o spinosa – pianta delle leguminose simile alla ginestra -, pianta spinosa),ammarràri (munire di argini un luogo per difenderlo da inondazioni), calancùni (onda di fiume), calanna(scoscendimento, frana di rocce di un fianco montuoso, terreno in forte pendio), carrivàli (roccia rossastra), limàrra (terra intenerita dall’acqua, melma, fango). Inoltre lavànca (luogo scosceso e sdrucciolevole, frana, dirupo) dovrebbe essere, per il suffisso -anca, un termine pre-latino ed è presente anche nell’antico provenzale “lavanca”. Infine, dovrebbero essere d’origine sicana alcuni toponimi terminanti in –ara (Hykkara, Indara, Makara).

(da www.tanogabo.com)

UN POPOLO DALLE ORIGINI MISTERIOSE




GLI ANTICHI POPOLI SICILIANI 

Anticamente la Sicilia era abitata da diverse popolazioni indigene. Infatti Prima dell’arrivo dei Greci, la Sicilia venne abitata da diverse popolazioni di solito definiti “antichi popoli” e furono proprio loro che trovarono i Greci, quando nel 756 a.C., raggiunsero l’isola:

-gli Elimi all'estremità occidentale (Segesta, Erice, Entella), di supposta origine dell’Asia Minore (Turchia) - Intorno al 1100 a.C. dei popoli nomadi, si fusero con il popolo dei Sicani presente nell’isola. Questa nuova unione tra le diverse popolazioni portò alla fondazione del popolo degli Elimi. Le origini degli Elimi non sono note, forse fanno riferimento ad un unione tra genti autoctone con popolazioni egee o magari liguri. Sicuramente può essere affermato con certezza che gli Elimi non hanno un origine greca. La loro posizione in Sicilia si colloca nella parte nord–occidentale dell’isola, probabilmente prima dell’avvento dei coloni fenici. La storia di questo popolo si conclude già nel IV sec. a.C. e le testimonianze a noi pervenute dicono poco. Secondo il mito, Elimo era un principe troiano, figlio di Anchise e fratellastro di Enea. I principali storici tra cui Tucidide e Plutarco sono concordi sulle origini troiane degli Elimi: Tucidide scrive che gli Elimi erano fuggiti da Troia dopo che la città venne distrutta, raggiungendo, dopo un lungo viaggio attraverso il Mar Mediterraneo, la Sicilia, nei pressi di Trapani. Plutarco riferisce delle origini Troiane dei Segestani (gli abitanti di Segesta), una delle maggiori città Elime. Le città principali fondate dagli Elimi furono Erice che ospitava il centro religioso sul Monte Erice; Entella, situata nell’entroterra palermitano; Iaitias su un promontorio che domina la odierna San Giuseppe Iato; appunto Segesta la città dalla storia più rilevante e turbolenta. - Stanziatisi nella parte nord-occidentale della Sicilia, probabilmente prima dell’avvento dei coloni fenici, gli elimi fanno di Segesta, Erice ed Entella i loro centri principali. La storia di questo popolo si conclude già nel IV sec. a.C. e le testimonianze a noi pervenute dicono poco. Secondo il mito, Elimo era un principe troiano, figlio di Anchise e fratellastro di Enea.

-i Sicani nel meridione e ad occidente, di origine indoeuropea - Le poche e frammentarie notizie storiche sui Sicani giunte fino a noi provengono dai Greci. Gli studi archeologici fanno risalire al III millennio a.C. l’arrivo di questo popolo nella Sicilia occidentale, in particolare nella parte situata ad ovest dell’Imera del sud (Salso). I loro contatti con la civiltà minoica sono stati confermati da scoperte recenti mentre non sono tuttora chiari i rapporti esistenti con i vicini Elimi. Secondo una teoria tradizionale, i Sicani sarebbero di origine pre–indoeuropea. Quasi tutti gli storici sia greci che latini sono concordi sul fatto che i Sicani fossero di origine iberica; solo alcuni sostengono che, al contrario, siano una popolazione autoctona, insediatasi in origine su tutta l’isola, inoltre dedita all’agricoltura, sospinta nelle parti occidentali a seguito di una forte eruzione dell’Etna che ricoprì vaste zone dell’isola. Al di là di quale sia l’origine, i Sicani fanno di Iccara, Inico e Indara i loro centri principali. - Gli studi archeologici fanno risalire al III millennio a.C. l’arrivo dei sicani nella Sicilia occidentale, in particolare nella parte situata ad ovest dell’Imera del sud (Salso). I loro contatti con la civiltà minoica sono stati convalidati da scoperte recenti mentre non sono tuttora chiari i rapporti esistenti con i vicini elimi. Giunti probabilmente dalla Spagna, i sicani fanno di Iccara, Inico e Indara i loro centri principali.

-i Siculi ad oriente, di origine indoeuropea - Intorno al 1400 a.C. i Siculi, popolo indoeuropeo di sicura origine italica, raggiunsero le coste della Sicilia; a causa del loro arrivo intorno all’anno 1000 a.C. il popolo dei Sicani già presente nell’isola dovette spostarsi nella parte sud – occidentale della regione, mentre i Siculi occuparono quella orientale. In particolare, ci viene narrato come le aree lasciate libere dai Sicani causa la famosa eruzione dell’Etna, siano state proprio oggetto di conquista di questo nuovo popolo. Il confine tra Sicani e Siculi è rappresentato dal fiume Salso. Il toponimo siculi fa riferimento a Siculo, un presunto re che avrebbe dato il nome al proprio popolo e di conseguenza alla Sicilia; anche se, è necessario sostenere che sono numerose le teorie secondo le quali siano stati i Liguri a raggiungere le coste della Sicilia al posto dei Siculi, o anche gli Ausoni sempre comunque con in testa lo stesso condottiero di nome Siculo. Purtroppo non sono molti i riferimenti certi di questo popolo; i dati che si possiedono sulla loro lingua provano una certa affinità con il latino. Molto più rilevante il ricordo della loro inimicizia con i greci (una delle poche cose che li accomuna ai Sicani), anche se, nello stesso tempo ne assorbirono la loro cultura. Ai siculi si attribuisce il culto dei Palíci, due divinità della mitologia romana. Da questo termine deriva Palikè che, insieme a Menai, Morgantina e Pantalica furono le principali città fondate dai Siculi. - Soppiantando lentamente i sicani, il popolo siculo, che risale al II millennio a.C., si è insediato nella parte orientale dell’isola, proveniente dalla penisola con una emigrazione per sfuggire dall’ invasioni dei loro territori dagli Enotri e dagli Opici. I dati che si possiedono sulla loro lingua provano una certa affinità con il latino. Nemici dei greci, così come i sicani, ne assorbirono tuttavia la loro cultura. Ai siculi si attribuisce il culto dei Palici, due gemelli, figli di Zeus e della ninfa Talia, vennero al mondo ben due volte (palin = nuovamente, ikein = venire) – dalla madre prima e dalla terra poi – a causa della gelosia di Era (moglie di Zeus) che pregò la terra di ingoiare Talia; ma in seguito il suolo si aprì rigenerando i due neonati: i palíci. L’origine della mitologia non è certa; una leggenda fa i Palici figli Zeus, o probabilmente di Efesto, con la ninfa Etna o Talia, ma altri affermano che i Palici erano figli del dio siculo Adranos. Il culto, oltre a quello del dio Adranos, è collegato con quello della dea Hyblaia. Il mito dei Palici è raccontato nelle Etnee di Eschilo di cui rimangono pochi frammenti.

-i Fenici, nelle coste e isole (prima dell'arrivo dei Greci), poi estremità occidentale (Mozia, Panormo, Solunto, Lilibeo) - L’arrivo dei Fenici in Sicilia non può essere datato in modo certo. Con molta probabilità il popolo fenicio (dal greco “phòinix” cioè rosso, come riferimento alla stoffa di colore rosso che esso produceva) si è stabilito nella parte occidentale dell’isola appena prima dell’arrivo dei Greci o, alcuni sostengono, nello stesso periodo del popolo greco. Ciò che risulta maggiormente attestato che i Fenici si trovavano in tutto il mar Mediterraneo diventando veri e propri intermediari tra il mondo orientale e quello occidentale. Tra le molte città fondate, certa quella di Palermo ma anche Solunto, San Pantaleone (Trapani) e la piccola isola di Mozia. Proprio in quest’ultima dei recenti scavi hanno portato alla luce un santuario simile ad uno ritrovato a Cartagine; questo, ulteriore testimonianza dell’importanza di questo popolo in tutto il Mediterraneo. I Fenici vivevano con il commercio, le loro principali attività erano quella marittima e quella mercantile; famose le loro imbarcazioni costruite con i celebri cedri del Libano, con cui navigavano in tutto il Mediterraneo raggiungendo i principali porti che in quel periodo erano diventati molto fiorenti. Si dice che, gelosi della loro supremazia sul mare spaventassero i loro avversari con diverse leggende; furono loro che inventarono quella di Scilla e Cariddi, i due mostri che affondavano le navi nello stretto di Messina. Infine, notevole importanza, l’elaborazione della scrittura, per facilitare i rapporti con i popoli vicini; l’alfabeto fenicio, composto da 22 segni, corrispondenti ai più importanti suoni della voce umana. Proprio dall’alfabeto fenicio sono derivati quello ebraico, quello greco e quello romano che ancora oggi noi utilizziamo.

-i Morgeti - l'unica città importante di questa popolazione sarebbe quella di Morgantion il cui fondatore sarebbe stato l'eroe eponimo Morgete, si parla inoltre di una città chiamata Murganzio presso l'attuale villaggio di Agnone Bagni. 

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Se si conosce molto dei Sicani e dei Siculi, non si può dire altrettanto per gli Elimi. Le loro origini sono tuttora misteriose. 

Nella mitologia greca, Elimo era il figlio illegittimo di Anchise. Giunse in Sicilia seguendo la fuga di Enea dopo la distruzione di Troia. Decise di fermarsi nell'isola fondando numerose città, in accordo con il re Egeste che aveva accolto i profughi troiani. Secondo l'Eneide, invece, Elimo non ha legami di parentela con Enea, ma sarebbe semplicemente un suddito del mitologico re siciliano Egeste. Elimo, come riportano gli scritti, partecipò alle funzioni funebri celebratesi a Erice in onore di Anchise, un particolare che dimostrerebbe la sua vicinanza alla famiglia. 

Proprio questo misterioso personaggio avrebbe dato il nome agli Elimi, un popolo certamente non di origine greca, ma probabilmente derivato da una mescolanza di genti autoctone con popolazioni provenienti dall'Egeo. 

Tucidide, uno dei massimi esponenti della letteratura greca, scrive: "Gli Elimi erano fuggiti da Troia dopo che la città venne distrutta. Per evitare di essere catturati dagli Achei, un gruppo di Troiani fuggì e dopo un avventuroso viaggio attraverso il mar Mediterraneo approdò in Sicilia insediandosi al confine del territorio sicano. Fondarono le città di Erice e Segesta e, fondendosi con gli indigeni, presero il nome di Elimi". 

« I Siculi dall’Italia, ivi infatti abitavano, passarono nella Sicilia, fuggendo gli Opici, su zattere, secondo la leggenda e la verosimiglianza, dopo aver aspettato di passare allo spirare di un vento favorevole o forse sbarcando in qualche altro modo. Nell’Italia vi sono ancora dei Siculi e il paese fu chiamato Italia da Italo, un re dei siculi che aveva questo nome. Giunti in Sicilia, grosso popolo com’erano, vinsero in battaglia i Sicani, li scacciarono verso le parti meridionali e occidentali del paese e fecero sì che la terra si chiamasse Sicilia invece di Sicania. La abitarono, possedendo,dopo la traversata, le parti migliori della terra, circa trecento anni prima della venuta dei Greci. » (Tucidide, Storie)

Anche Plutarco fa riferimento alle origini troiane dei segestani. Insomma, si trattò probabilmente di rifugiati politici di alto rango. 

Per le vantate origini troiane, Segesta, che al momento della distruzione contava diecimila abitanti, potè beneficiare di un trattamento di favore da parte dei Romani. Città privilegiata perciò, ma misteriosa. La stessa scrittura conteneva caratteri greci, pur non essendo di lingua greca, mentre vi sono altre lettere, ritrovate incise nella pietra, che risultano ancora indecifrabili. 

Esistevano legami culturali tra la città di Segesta e gli Elimi? Le ricerche archeologiche non hanno mai chiarito questo aspetto. 

Dunque furono due popolazioni distinte? Si sa che gli Elimi furono un popolo colto e raffinato. Pur essendo soggetto agli influssi dominanti della cultura greca siceliota, non fu mai però in posizione subalterna, come le altre popolazioni indigene della Sicilia. Non solo: gli Elimi mantennero rapporti con le città limitrofe cercando di conservare sempre una propria autonomia, ma erano dotati di uno spiccato senso d'orgoglio, che li portava a non confondersi con le altre popolazioni. Si registrano tuttavia legami di sympoliteia, di doppia cittadinanza, con le città alleate, il che comportava alleanze militari, la messa in comune dei beni e delle rendite da santuari o da porti e mercati, lo scambio dei diritti di epigamia. 

Secondo Diodoro Siculo, gli Elimi fondarono 
-Entella, nell'entroterra palermitano, di cui però nonrimangono tracce; 
-Solunto, dove oggi si può ammirare il sito archeologico; 
-Erice, che ospitava un importante centro religioso; 
-Iaitias, su una collina che domina l'odierna San Giuseppe Iato, 
-e la stessa Segesta. 
Segesta in seguito si è ellenizzata,come dimostrano la presenza del magnificente tempio dorico e il teatro greco alla sommità del monte Barbaro. Da lì si domina il golfo di Castellammare del Golfo, la città dove si trovava l'emporium Segestanorum, come lo definì Ptolomeo Strabone.

Gli Elimi resistettero all'attacco della colonia greca di Selinunte, ma conobbero la devastazione di Pirro e caddero sotto il dominio romano. Si distinsero però dalle altre popolazioni, tanto che ancora oggi quando qualcuno cerca di spiccare per cultura ed eleganza si dice che si vanta di avere origini elime. 



5 nov 2016

IL VIAGGIO DI ULISSE INTORNO ALLE EGADI



Canta il poeta che Ulisse navigando sul mare color del vino verso genti straniere «di molti uomini le città vide». Ma su quali lidi approdò e quali civiltà conobbe il nostro eroe? è una sorta di giallo letterario ultramillenario. 

Era davvero l' Etna la patria di Polifemo, come pensavano anche Euripide e Virgilio? Ed Eolo, il re dei venti, aveva il suo regno nelle Eolie? La terra dei Feaci, Scheria, coincide col territorio dell' attuale Trapani o no? E la terra dei Lotofagi, l' isola delle Capre, il paradiso di Calipso, la spiaggia della maga Circe a quali regioni corrispondono? Insomma, quali luoghi ispirarono Omero, o chi per lui? Sono ancora interrogativi irrisolti che da secoli suscitano approfondite investigazioni. 

L'Odissea è ambientata nelle isole Egadi? Il poema si presta da sempre a svariate interpretazioni, poiché Omero fa compiere al marinaio Ulisse una rotta immaginaria, in cui si mescolano posti reali e fantastici. 

Dell'Odissea trapanese si parlò a partire dagli inizi del Novecento dopo la pubblicazione del libro di Samuel Butler, "The Authores of the Odyssey", dove si sostiene che l'Odissea sarebbe stata scritta da una giovane donna siciliana e si indica come ambientazione geografica il panorama trapanese, e in particolare le isole Egadi. L'ipotesi avanzata dallo scrittore inglese, traduttore dell'Iliade e dell'Odissea, fu accolta dalla comunità accademica e dalla maggior parte dei letterati trapanesi, a lui contemporanei, con scetticismo e diffidenza. 

Ai nostri giorni, grazie al mutamento dei codici culturali, la teoria butleriana, riproposta da altri letterati e studiosi, ha beneficiato di un'accoglienza diametralmente opposta, restituendo così a quelle che venivano definite "divagazioni letterarie" una giusta dimensione nella storia della cultura. E così questa teoria, per quanto possa sembrare assurda, ha avuto un forte impatto nella storia della letteratura inglese e naturalmente di riflesso nel territorio trapanese. 

Recentemente la teoria dell'origine siciliana dell'Odissea è stata ripresa da una giovane dottoressa in archeologia di Favignana, Deborah Piredda, che ne ha fatto oggetto di studio nella tesi di laurea magistrale in Ricerca, documentazione e tutela dei beni archeologici, dal titolo "Le isole Egadi: documentazione archeologica, fonti classiche e immaginario". 

In particolare, Butler identifica Scheria con la città di Trapani, luogo descritto nella traduzione di Ippolito Pindemonte come un porto "irto di navi, una piazza brulicante di uomini che trattano i loro affari, che sono lì e hanno il pensiero sulle terre vicine o lontane a cui approdano e scaricano e caricano per tornare ancora lì ove è la famiglia e ove è il riposo dopo i rischi del mare". La montagna che sovrasta questo porto non sarebbe altro che la vetta di Erice. Addirittura Itaca sarebbe Marettimo, la più lontana dell'arcipelago egadino, mentre Favignana altro non sarebbe che l'isola delle Capre. Nel complesso le isole Ioniche corrisponderebbero dunque alle isole Egadi, 

Un altro elemento che fa pensare a Butler alla costa trapanese è lo scoglio del Malconsiglio, all'ingresso del porto di Trapani, che ricorda nelle forme una nave pietrificata. Butler lo collega infatti con l'episodio della trasformazione della nave dei Feaci in masso a opera di Nettuno, proprio all'imboccatura di Scheria. 

Butler giunse a tali conclusioni dopo avere visitato personalmente questi luoghi, acompagnato dal fidato amico Mr Festing Jones e dalla guida locale, tal PIetro Sugameli. Vene in Sicilia ben tre volte, nel 1892, nel 1894 e nel 1896. 

Infine, come ricorda l'archeologia Piredda, Butler aggiunse, per rafforzare la sua tesi: "I due piccoli isolotti si Formica, al largo di Trapani, che fanno anch'essi parte dell'arcipelago egadino, altro non sono che il secondo macigno scagliato da Polifemo". 

A chi lo accusava di avere troppa fantasia, l'eclettico scrittore inglese rispondeva: "E' riconosciuto da tutti, ccetto da quelli che trovano più conveniente il contrario, che i Feaci erano un popolo residente in una località che portava il nome di Drepane, che è abbastanza simile a Drepanum, l'antico nome di Trapani". 

Al fascino di una nuova rilettura critica dell' Odissea non si è sottratta la trapanese Girolama Sansone che su Ulisse pubblica ora le sue dettagliate argomentazioni nel libro "I viaggi di Ulisse e le isole Egadi" (Corrao editore, 143 pagine, 10 euro). 

Punto di partenza per la Sansone è la tesi dello scrittore inglese Simon Butler, il quale alla fine dell' Ottocento scandalizzò il mondo delle lettere sostenendo in un discusso saggipo che a scrivere l' Odissea sarebbe stata una donna della costa trapanese, identificatasi in Nausicaa, e che trapanese sarebbe l' ambientazione del poema: secondo Butler Trapani sarebbe il regno dei Feaci, Erice la terra dei Ciclopi o Iperea, lo scoglio del Malconsiglio la roccia in cui Poseidone trasformò la nave di Alcinoo, colpevole di avere ospitato Ulisse, e Favignana o Aegusa l' isola delle Capre. 

Ma la Sansone coglie nelle tesi di Butler alcune incongruenze. Non può essere Erice la mitica Iperea, perché dal poema si evince che era separata dal regno dei Feaci, cioè l' odierna Trapani, da un braccio di mare. D'altronde, la tesi classica secondo cui era l'Etna la residenza dei Ciclopi si basa solo sul mito che il vulcano fosse la fucina in cui i figli di Poseidone preparavano i fulmini per Zeus, ma non esiste alcuna analogia topografica tra la zona etnea e la descrizione omerica del luogo. 

La Sansone non ha dubbi: la sede dei Ciclopi era l'isola di Levanzo. Questa intuizione le scatta visitando la Grotta del Genovese (non ancora scoperta ai tempi di Butler) con i graffiti e le pitture rupestri del Paleolitico e del Neolitico, e con alcune caratteristiche identiche alla descrizione omerica della caverna di Polifemo: un antro vicino al mare ma poco visibile, buio e sufficiente grande da ospitare anche le greggi, con un ingresso facilmente ostruibile da un macigno. Anche la sequenza dei faraglioni presenti sulla rotta da Levanzo a Favignana fa pensare ai massi scagliati da Polifemo contro l' imbarcazione di Ulisse e dei suoi uomini, in fuga verso l' isola delle Capre. 

Da quest' ultima, come dice il poeta, era possibile scorgere il fumo dei fuochi dei Ciclopi e sentirne a tratti le voci. L' altra novità proposta dalla rilettura della Sansone riguarda Eolo. Secondo i versi dell' Odissea era un' isola nell' estremità occidentale del mondo antico, a nove giorni di navigazione da Itaca. Intanto, sembra assodato che le Egadi costituissero l' ultimo lembo, verso ovest, del mondo conosciuto dai greci ai tempi di Omero, e secondo alcuni autori, come Sergio Frau, le mitiche colonne d' Ercole erano da immaginare proprio tra Lilibeo e Capo Bon e non presso lo Stretto di Gibilterra. 

Inoltre, per raggiungere la sua patria partendo dalle Eolie, Ulisse avrebbe dovuto attraversare lo Stretto di Messina, ma secondo il poema l' eroe veleggiando alla volta di Itaca - sospinto verso oriente da Zefiro, l' unico vento lasciato da Eolo fuori dall' otre - non solcò quel tratto di mare. Ulisse navigò sì tra Scilla e Cariddi, ma in altre due occasioni, non per rientrare in patria. E allora? Secondo la Sansone, l' isola di Eolo potrebbe essere proprio Marettimo, «la più alta verso ovest», cui riconducono alcuni riscontri delle indicazioni topografiche del poema omerico con la morfologia della più lontana delle Egadi: il carattere montuoso (il «muro d' infrangibil rame») e la presenza di diverse grotte marine. Tra queste, la Grotta Bombarda al cui interno si crea un' intermittente corrente d' aria, prodotta dalla risacca, che fuoriesce attraverso una fessura della roccia. 

Nella geografia omerica ridisegnata dalla Sansone, poi, i Lotofagi rimangono (forse) nell' attuale Libia, Calipso (forse) a Pantelleria, la maga Circe (forse) a Lipari: un mondo fantastico, insomma, che ruota intorno alla Sicilia. I viaggi di Ulisse, metafora di ogni viaggio umano e paradigma di ogni incontro col fantastico, continuano così a stimolare l' immaginazione, a suggerire analisi, ad alimentare il dibattito sull' origine siciliana di questo grande epos. Per dirla ancora con Calvino, ogni rilettura dell' Odissea è una lettura di scoperta. Irresistibile e sorprendente.

LA MITICA ATLANTIDE E I MISTERI SOMMERSI NEL CANALE DI SICILIA


Scoperto nel Canale di Sicilia un sito sommerso di 9500 anni fa. E’ più antico delle celebri Piramidi di Giza, in Egitto, databili secondo l’archeologia ufficiale a circa 4500 anni fa. Ed è più remoto anche del misterioso circolo neolitico di Stonhenge, in Inghilterra, risalente intorno ai 4000 anni fa. 
Parliamo del sito archeologico sommerso, a 60 km dalla costa siciliana, è stato rinvenuto un monolito lavorato di 12 metri di lunghezza e 15 tonnellate di peso, che presenta fori regolari su alcuni dei suoi lati ed un foro che lo attraversa per intero in una sua estremità. L’eccezionale ritrovamento testimonia la presenza di antiche popolazioni in questo angolo del Mediterraneo, intorno a 9500 anni fa, quando il livello globale del mare era più basso di oltre 40 metri, profondità alla quale il reperto è adagiato.

A rendere particolarmente affascinante la scoperta nel Canale di Sicilia è il fatto che quello identificato è uno fra i siti sommersi più antichi finora conosciuti, di età Mesolitica, più o meno coevo delle sbalorditive strutture di Göbekli Tepein Turchia, al momento il più antico complesso templare dell’umanità, che ci riporta direttamente all’era glaciale (circa 12 mila anni fa); sito le cui caratteristiche sono narrate dall’archeologo tedesco Klaus Schmidt nel libro “Costruirono i primi templi”.


I dati ci riportano ad un arcipelago di isole che già nel Mesolitico furono abitate e che fino a circa 9000 anni fa costellavano il settore nord-occidentale del Canale di Sicilia facendo da “ponte” tra le coste della Sicilia e l’Isola di Pantelleria (Trapani). Esso sarebbe stato progressivamente inghiottito dall'innalzamento del mare seguito allo scioglimento della calotta di ghiaccio che copriva buona parte dell’odierna Europa settentrionale, durante l’Ultimo Massimo Glaciale (circa 18000 anni fa). “Il Canale di Sicilia è una delle zone del Mediterraneo centrale nelle quali le conseguenze del mutamento del livello del mare furono più drammatiche ed intense”, dichiarano in proposito i due studiosi.

Sebbene la scoperta del monolite sia avvenuta nel Mediterraneo centro-occidentale a poca distanza da Pantelleria, non può non evocare il mito della civiltà sommersa di Atlantide, almeno secondo quelle ricostruzioni che lo vorrebbero ambientato nel Mare Nostrum piuttosto che nell’Oceano Atlantico: una fra le più note è ad esempio quella elaborata dal giornalista italiano Sergio Frau che nel suo libro Le colonne d’Ercole (2002) propone di identificare le “colonne” di cui parla Platone non con lo Stretto di Gibilterra ma proprio con il Canale di Sicilia e l’isola di Atlantide con la Sardegna, patria del misterioso popolo dei Shardana.

Uscendo dalle dense nebbie del mito per entrare nelle foschie della protostoria, è ancora più interessante citare Quando il mare sommerse l’Europa, volume di Vittorio Castellani, astrofisico dell’Università di Pisa e Accademico dei Lincei, su cui si è peraltro basato lo stesso Frau. Castellani, interrogandosi sull’ipotesi che il mito atlantideo rappresenti una reminiscenza reale di popoli ed epoche antichissime e studiando le variazioni geomorfologiche subite da varie zone d’Europa a seguito dell’ultima glaciazione, pone al centro della sua attenzione quella civiltà delle “grandi pietre” di cui rimangono cospicue tracce in area continentale e mediterranea e che allo sciogliersi dei ghiacci, col conseguente innalzamento del livello del mare, dovette subire in molti luoghi l’azione distruttiva delle acque. Proprio parlando del Canale di Sicilia, Castellani fa riferimento alla presenza di terre, oggi sommerse, che portavano la Sicilia meridionale “ad avvicinarsi sensibilmente, se non a congiungersi, con le attuali isole di Malta a sud e di Pantelleria ad Occidente”. Una tesi questa – già basata su dati geologici e archeologici concreti – che sembra trovare sorprendente conferma nel recente ritrovamento siciliano, il quale ci parla proprio di terre un tempo abitate ed oggi coperte dalle acque marine.



Siamo nell'estate del 1957. Il capitano Raimondo Bucher, medaglia d'oro al valore sportivo, esplora assieme al fratello i fondali del canale di Sicilia, tra l'isola di Linosa e il golfo della Sirte. I due rimangono incantati davanti a una mastodontica muraglia di natura vulcanica che si getta fino a una profondità di circa 60 metri. Gli esperti sommozzatori (Bucher era stato il primo campione del mondo d'immersione in apnea nel 1950) non ebbero dubbi che quei fondali, in prossimità di Linosa, conservassero straordinarie testimonianze archeologiche, che non potevano essere ignorate. In una seconda immersione, infatti, si trovarono davanti a qualcosa di molto più interessante: una sorta di idolo faraonico circondato da centinaia di anfore. Le sorprese non erano finite: tra un groviglio di alghe un'altra statua dalle forme imprecisate catturò la loro attenzione. Si dice che il capitano avrebbe scattato alcune foto subacquee, ma alla stampa sarebbero risultate poco nitide, considerata l'attrezzatura del tempo e la profondità.


Questa storia, dimenticata per più di mezzo secolo, riemerge nell'inverno del 2010 quando, in prossimità degli stessi fondali, alcune navi della marina libica scoprono i resti di diversi edifici urbani. Attorno vi sono anche frammenti di sculture, vari oggetti metallici e la testa di Melqart, un eroe semi-divino, nume tutelare della città fenicia di Tiro. Questi e altri preziosi reperti sono stati recuperati per essere esaminati da una equipe di esperti di archeologia subacquea. C'è stato un rigoroso riserbo sui rinvenimenti, ma si è avanzata un'ipotesi clamorosa: si tratta forse dei reperti di un'antica Atlantide? La località del ritrovamento è nota ai pescatori come la Dimora di Satana (Deir ash Sheytan, in lingua maltese, Kadal Diawul), una sorta di minuscolo Triangolo delle Bermuda, dove si sono registrati frequenti e gravi danni alle attrezzature da pesca.

Parlare di Atlantide a molti sembra un'esagerazione frutto di fantasia, ma le coordinate coincidono con il sito della leggendaria isola indicato dallo studioso ed esperto di storia dell'arte Alberto Arecchi. Sulla base di meticolose ricerche, Arecchi ipotizza che il mitico regno descritto da Platone nei Dialoghi sia realmente esistito e che si trovi al centro del Mediterraneo. Platone descrive una vasta pianura fertile al largo delle coste tunisine, che si spingeva fino alle estremità occidentali della Sicilia. Qui si sarebbe sviluppata una potenza marittima, una civiltà molto avanzata. Sarebbe stato un catastrofico maremoto a spazzare il bassopiano di Atlantide e a inghiottirla, facendola entrare nella leggenda.

C'è chi ritiene impossibile che i reperti siano tracce riconducibili ad Atlantide, in quanto localizzati a una profondità eccessiva - 400 metri - e ben lontano dalla costa. Altri però controbattono affermando che il VII e il VI millennio a.C. il livello del Mediterraneo era molto più basso rispetto a oggi, per cui l'area interessata dalla ricerca poteva benissimo essere illuminata dal sole e pullulare di gente. 

Secondo le ricerche di esperti come ad es. Tjeerd van Andel, geologo dell'Università di Cambridge, superfici costiere oggi sommerse erano all'asciutto, molte attuali isole erano unite le une alle altre, ed alcune addirittura non lo erano ancora, poiché unite alla terraferma. Era questo il caso ad esempio delle attuali isole Egadi (al largo di Trapani) fuse in una vasta superficie asciutta del Canale di Sicilia a sua volta unita all'isola siciliana. Dall'altro versante anche le isole maltesi erano inglobate in un vasto promontorio unito alla parte meridionale sempre della Sicilia, mentre le coste tunisine erano molto più vicine al litorale siciliano incorporando anche le attuali Isole Pelagie: Pantelleria, Lampedusa, ed ovviamente anche Linosa. Anche la parte occidentale del Golfo della Sirte era in gran parte asciutto. E' provato che in quei tempi remoti esisteva già la civiltà nelle regioni mediorientali : le rovine ed i numerosi reperti ad esempio della città anatolica di Catal-Uiuk, o di Gerico in Palestina risalenti anche all'VIII millennio a. C. stanno lì a dimostrarlo. Ed esistevano anche centri urbani costieri poi sommersi dall'innalzamento del mare. 

Al largo della città israeliana di Haifa ad una trentina di metri di profondità sono state infatti scoperte nel secolo scorso i resti di insediamenti grandi e piuttosto sofisticati risalenti al VII millennio a. C. Atlit-Yam, Neve-Yam, Megadim, ed altre ancora si dimostrano essere state cittadine costiere i cui abitanti erano dediti alla pesca oltre che al commercio di prodotti ittici, ed il cui livello di vita doveva essere tutt'altro che povero: le rovine presentano infatti edifici in muratura, magazzini ancora pieni di scorte, piazze lastricate, pozzi per l'acqua e luoghi di culto megalitici.

In teoria dunque anche nelle aree oggi sommerse, ma a quei tempi ancora all'asciutto, del Mediterraneo centrale ed occidentale, potevano esservi insediamenti di ogni dimensione ed importanza, ancora ovviamente tutti da scoprire. Ma è poco probabile che si trovino ad una profondità superiore a 90 - 100 metri, poiché come ci dicono le ricostruzioni geologiche tale è stata la portata dell'innalzamento dei mari in tutto il mondo in seguito allo scioglimento dei ghiacci alla fine dell'ultima era glaciale (e non è certo una misura di poco conto). In particolare le due sponde opposte del Canale di Sicilia che doveva apparire più simile ad uno stretto, largo non più di 50 - 100 chilometri certamente presentavano una geografia costiera ricca di golfi e approdi, favorevoli al sorgere di insediamenti urbani dediti alla pesca ed agli scambi, sia con le altre cittadine, sia con i gruppi di cacciatori/allevatori/coltivatori dell'entroterra. In conseguenza dello scioglimento dei ghiacci e della mutata situazione climatica, in quel remoto periodo anche le precipitazioni risultavano molto più abbondanti dovunque anche negli attuali territori desertici del Sahara. A sud di Tunisi si trovava un lago chiamato Ouargia dai geologi, e veniva alimentato da un fiume che dagli altopiani del Tassili oggi assolutamente secchi e aridi scorreva verso nord lungo un territorio allora molto più umido e fertile. In mezzo alle attuali sabbie ardenti dell'Algeria meridionale e del Mali settentrionale si stendevano grandi laghi azzurri chiamati dai geologi Taouat, Taoudenni, Azouak, ecc. Queste vaste zone umide, e le praterie che sostituivano l'attuale sabbia arida, richiamavano una gran quantità di specie animali cacciate dai numerosi gruppi umani presenti in tutto il Sahara, come testimoniato dai graffiti e dalle pitture rupestri che ci hanno lasciato in molte parti del grande deserto, come ad esempio proprio negli altopiani del Tassili.

Il fiume che nasceva da questi altopiani in pieno Sahara sfociava come si è detto in un grande lago nell'attuale Tunisia, l'Ouargia appunto. Questo poteva in realtà essere il misterioso Tritonide lago o "palude" - di cui parlano molti scrittori antichi, da Apollonio di Rodi nelle "Argonautiche" a Scilace di Carianda, Erodoto e Diodoro Siculo. Quest'ultimo riporta sorprendenti notizie ricavate a sua volta da un testo perduto del II sec. a. C. di un certo Dioniso Scitobrachione di Alessandria, il quale affermava che il lago in questione era il regno delle Amazzoni della Libia (nel senso di Nord-Africa) molto più antiche e ben distinte (Diodoro ci tiene a sottolinearlo) dalle più famose Amazzoni incontrate dagli Argonati nel Ponto, l'attuale Turchia settentrionale. 

Il regno nordafricano delle Amazzoni era "un paese ad Occidente agli estremi confini della Terra, governato da donne che avevano uno stile di vita dissimile dal nostro. Infatti era costume di queste donne coltivare con impegno l'esercizio della guerra per conservarsi vergini. Poi passati gli anni dedicati all'attività militare, si univano agli uomini per procreare. Soltanto loro però governavano, comandavano ed esercitavano i pubblici uffici. Gli uomini, come le donne sposate da noi, conducevano una vita casalinga, eseguendo gli ordini delle loro spose e non curandosi né dell'attività militare né del governo del regno. Non appena i bambini nascevano le donne li consegnavano agli uomini affinchè li nutrissero con latte ed altri cibi adatti all'infanzia. Alle bambine bruciavano le mammelle affinchè non crescessero, convinte che fossero di impedimento nei combattimenti. 

Per questo venivano chiamate "Amazzoni", ovvero senza mammelle. Vivevano su di un'isola la quale per il fatto di trovarsi ad occidente era chiamata Esperia, ed era situata nella palude Tritonide, vicino all'Oceano [il Mar Mediterraneo?] che prende il nome dal fiume Tritone che in esso affluisce. Si dice che questa palude fosse ai confini dell'Etiopia [il Magreb?] vicino ad un monte, presso l'Oceano, chiamato dai Greci Atlante, che sorpassava in altezza tutti gli altri. L'isola appena citata era ben grande, e piena di alberi da frutto di vario genere, da cui la gente del paese si procurava cibo..." (Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, Libro III). Diodoro continua narrando di come le donne guerriere riuscirono a sottomettere le località vicine tranne una città sacra di nome Mene, vicina ad un grande vulcano attivo che forniva anche Ossidiana ed altri minerali. Poi dopo avere sconfitto anche i Libi e i nomadi dell'interno, fondarono anche una grande città di nome Cherroneso sempre nella loro isola all'interno del Lago Tritonide. Sempre secondo lo storico di Agira tuttavia, isola e città scomparvero successivamente insieme a tutto il lago sommersi dalle acque del Mediterraneo allorchè il mare irruppe nel bacino di acqua dolce in seguito ad un forte terremoto. Proprio sul racconto dello storico siciliano, tra l'altro, si basa la ricostruzione del prof. Alberto Arecchi.

Diodoro Siculo si rendeva perfettamente conto che una storia come questa poteva sembrare fantasiosa già ai lettori dei suoi tempi, ma a parte donne guerriere e città sommerse i più recenti studi geologici nel Canale di Sicilia sembrano dargli ragione, come abbiamo visto. Nonostante vi sia chi identifichi il regno delle Amazzoni con le Isole Canarie, se è vero che il Lago Tritonide corrispondeva con l'antico lago tunisino di Ouargia e si trovava nella parte un tempo emersa del Golfo della Sirte, sia terremoti che innalzamento del Mediterraneo provocarono dopo il 6000 a. C. anche il suo inabissamento, lasciando in superficie solo i picchi più alti come le attuali Isole Pelagie, ovvero Lampedusa, Linosa e Pantelleria, quest'ultima all'epoca un vulcano attivo che forniva anche Ossidiana lavorata ed esportata nei millenni successivi in tutto il Mediterraneo Occidentale.

Comunque sia, dalla parte opposta dell'attuale Tunisia, analoghe testimonianze di arte rupestre rinvenute nelle grotte siciliane dimostrano una similare attività di gruppi umani preistorici dell'entroterra dediti alla caccia e alla raccolta/coltivazione di piante commestibili. Nella Grotta dell'Uzzo nella Riserva naturale dello Zingaro (fra Palermo e Trapani) ed in altre vicine, oltre ad interessanti graffiti sono state rinvenute chiare prove dell'arrivo delle nuove tecniche agricole da sud, ovvero dalla prospicente costa africana, anziché da oriente. Sulle pareti della Grotta del Genovese nell'Isola di Levanzo (Egadi), sono state rinvenute oltre a tre sagome umane impegnate in una danza, anche l'immagine pittorica di un tonno, segno che la pesca veniva praticata nella zona, anche se probabilmente non da chi frequentava abitualmente quelle grotte. Non è escluso infatti che lungo le antiche linee costiere della Sicilia vi fossero numerosi insediamenti, che oggi si trovano in fondo al mare. Quest'ultimo poi finì per invadere inesorabilmente i campi e le eventuali città spinto dallo scioglimento dei ghiacci polari, anche se certamente non solo per questo motivo, come possono dimostrare le rovine sommerse di un'altra città a noi molto più vicina nel tempo.

Un paio di mesi prima dell'annuncio da parte delle autorità libiche del ritrovamento delle rovine sommerse a grandi profondità, la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana all'inizio del dicembre 2009 dava notizia della scoperta di un'antica città romana tardo-imperiale sommersa nei bassi fondali della Cirenaica, nel Golfo di Bomba. Un gruppo di archeologi italiani diretti da Sebastiano Tusa, mentre erano impegnati già da qualche anno in un progetto di ricognizione archeologica lungo le coste libiche - ArCoLibia (Archeologia Costiera della Libia) si trovarono improvvisamente di fronte a resti di case, strade, tombe, sommersi ad una profondità di appena tre metri sotto la superficie marina. 

L'insediamento rimase vittima di un fenomeno geologico noto come bradisimo negativo, caratterizzato da un lento abbassamento della superficie costiera (proprio come ad esempio nel caso di Venezia). Ma segni di impatti violenti in alcuni muri di mattoni che risultano addirittura spostati fanno sospettare che la città prima di essere vinta dalle maree sempre più alte, venne devastata anche dallo tsunami che si abbattè in tutto il Mediterraneo centrale e orientale nel 365 d. C., recando danni anche ad esempio a diversi porti siciliani come Eraclea Minoa nei pressi dell'attuale Sciacca. Responsabile di quella catastrofe fu probabilmente un non meglio identificato terremoto sottomarino, ma qualche geologo avanza anche l'ipotesi di una violenta eruzione subacquea dell'Empedocle, il grande vulcano sommerso scoperto appena da pochi anni nelle profondità del Canale di Sicilia.

Innalzamento dei mari, bradisismi, terremoti, tsunami, contribuirono certamente a rendere estremamente difficile e precaria la vita di quelle antichissime città marittime probabilmente esistenti tra il 9000 ed 6000 a. C. nelle superfici oggi sommerse tra Sicilia e Africa. Senza contare che non passarono certamente indenni di fronte alla tremenda prova costituita dalla "catastrofe delle catastrofi": l'imponente e distruttivo megatsunami scatenato in tutto il Mediterraneo Centrale e Orientale dal crollo nel Mar Jonio del fianco est dell'Etna, proprio intorno al 6000 a. C. Le gigantesche ondate alte anche, secondo i calcoli dei ricercatori, più di 40 metri, si abbatterono anche lungo le coste africane del Golfo della Sirte e di riflesso secondo quanto stabilito dalle simulazioni al computer rimbalzarono verso le restanti coste siciliane e tunisine del Canale di Sicilia. Non è troppo fantasioso immaginare che quelle ipotetiche città subissero gravissimi lutti e danni soprattutto alla loro attività economica e commerciale, cadendo in rovina anche prima che l'inesorabile innalzamento del mare li ricoprisse.

In conclusione, c'è più di un motivo dunque per ritenere che il Capitano Bucher più di cinquant'anni fa abbia realmente scoperto una di queste antichissime città sommerse nei fondali di Linosa. E che analogamente anche i sommozzatori libici nel gennaio del 2010 ne abbiano localizzato un'altra nel Golfo della Sirte. Molto probabilmente tuttavia, non saranno le uniche presenti in fondo al Canale di Sicilia.

(http://tanogabo.com/atlantide-una-civilta-marinara-che-univa-i-continenti-nelleta-delloro/)

U LUPUNARU - LICANTROPI E LUPI MANNARI IN SICILIA



Notte di luna piena. All’improvviso urla agghiaccianti squarciano il silenzio tutt’intorno… Sembrerebbe l’incipit di una storia dell’orrore eppure è così che iniziano molte testimonianze di persone che giurano di aver visto aggirarsi per le strade cittadine strani e inquietanti uomini, dall’andatura e dal manto simili a quelli di un lupo. Che si voglia credere o rimanere scettici, ciò che non si può negare è il potere attrattivo che figure come quelle dei licantropi, lupi mannari o – nel caso della Sicilia – lupunari esercitano nell’immaginario collettivo; conturbanti, ammalianti o semplicemente paurose, i lupunari sono da sempre tra le entità misteriche più temute, alle quali vengono attribuite malefatte di ogni genere e che, nel corso dei secoli, hanno dato vita ad una quantità infinita di storie, leggende e aneddoti sull’incredibile trasformazione in cui l’essere umano pare possa, suo malgrado, incappare.

Leggende, romanzi e film di ogni genere raccontano come ci si possa trasformare solo attraverso il morso di un lupo mannaro, ma tradizione siciliana vuole che la maledizione del lupunaro colpisca quasi indistintamente i maschi concepiti durante la luna nuova, o durante la notte di San Giovanni ma anche coloro che, accidentalmente, si addormentino con il viso rivolto verso la luna. Ecco perché le donne dei pescatori usavano donare ai mariti dei pezzi di stoffa nera, da appoggiare sul viso durante le brevi dormite notturne sulle barche.

Secondo quanto riferito a prelati e autorità cittadine, una volta al cospetto della luna pallida e maestosa, inizia la trasformazione del lupunaro: tremendi spasmi ne colpiscono il corpo facendogli emettere versi strazianti e animaleschi, simili all’ululato dei lupi. Dopo questa tremenda crisi, faccia e braccia si ricoprono di lunghi ed ispidi peli neri, l’iride degli occhi cambia il proprio colore in un rosso acceso, unghie e denti aumentano di volume fino ad assomigliare a quelli di un animale. Durante la notte, questi spaventosi “uomini lupo” vagano per le strade e i vicoli cittadini più bui e solitari alla ricerca di torrenti e fiumiciattoli, utili ad alleviare le sofferenze. E’ così che si hanno i primi avvistamenti in città. Le cronache cittadine riferiscono che «u lupunaru inseguiva dei malcapitati, salvatisi solo perché saliti di corsa sui gradini della Chiesa Madre e rifugiatisi all’interno del sagrato».

Di lupi mannari e lupunari, fatti e racconti sempre in bilico tra realtà e fantasia, si è occupato il padre dell’antropologia siciliana, Giuseppe Pitré che parla della licantropia come una malattia, una sorta di delirio che fa sì che la persona colpita si creda trasformata in lupo iniziando, così, ad ululare. In altri casi essa è ritenuta conseguenza diretta del “mal di luna“, che spinge chi ne è affetto a precipitarsi fuori di casa ululando.

Verità o leggenda che sia, la tradizione popolare consiglia diversi metodi per sfuggire all’attacco di un lupunaro. Il rimedio più efficace è quello di arrampicarsi sufficientemente in alto, in quanto gli uomini-lupo non possono rivolgere a lungo gli occhi al cielo per non ricadere in preda a nuovi, lancinanti, dolori. Inoltre, nel caso in cui ci si trovasse vicino ad una scala, è bene sapere che il mannaro non può appoggiare le sue zampe sul terzo gradino, senza ricadere immediatamente all’indietro. Il lupunaro può solo procedere in avanti, senza tornare sui suoi passi, mentre, dinnanzi ad un fuoco accesso si arresta immediatamente accucciandosi a terra come un normale lupo.

Sempre secondo la tradizione, due sono i rimedi per guarire dalla licantropia. La malattia scompare immediatamente se un ardimentoso riesce a toccare il lupo mannaro con una chiave metallica benedetta da un sacerdote, oppure se gli si pratica una puntura in fronte con un ago da sarta.

Di avvistamenti e attacchi da parte di lupunari si parla, a vario titolo, nelle cronache cittadine fino agli anni settanta del XX secolo. L’ultimo caso sarebbe stato segnalato a Catania nell’estate 1973. Secondo quanto riportato dal quotidiano “La Sicilia“, durante la notte si udirono urla strazianti di una persona che vagava senza meta nel quartiere della Consolazione. Un uomo robusto, dall’andatura barcollante, fece spalancare parecchie finestre del quartiere con le sue grida che “nulla avevano di umano e ricordavano, piuttosto, i versi del lupo”. Altro caso a Partinico, in quel di Palermo, dove nel novembre del 1968, persone ricoperte da un manto di pelo bruno, zanne e artigli furono viste aggirarsi per le strade. Di questi singolari avvistamenti si parla, ovviamente, a titolo di dicerie popolari registrate senza il supporto di prove concrete, riportate con il solo scopo di animare la lettura di riviste e quotidiani locali.

Delle cronache dei lupi mannari, nel corso degli anni, si sono perse le tracce ma scartati tutti i casi spiegabili ne rimangano tanti che restano assolutamente misteriosi e per i quali bisogna contemplare l’esistenza di queste strane creature oscure e affascinanti.

(da www.tacus.it)